Ryan Reynolds ‘ritorna al futuro’, ma ‘The Adam Project’ non è figo come vorrebbe essere | Rolling Stone Italia
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Ryan Reynolds ‘ritorna al futuro’, ma ‘The Adam Project’ non è figo come vorrebbe essere

Tra Zemeckis e Spielberg, il divo viaggia nel tempo e ritrova il sé stesso adolescente. Il risultato è una action-comedy per ragazzi risaputa, che non annoia ma non aggiunge nulla a quanto abbiamo già visto

Ryan Reynolds e Walker Scobell in ‘The Adam Project’

Foto: Netflix

Cosa diresti se potessi tornare indietro nel tempo e parlare col te stesso dodicenne? Qualcosa come: “Guarda, ragazzino, non diventerai ricco o famoso, né tantomeno una rockstar. Ma avrai una famiglia, una vita piena di cose, andrà tutto bene se avrai fiducia, piccolo moccioso”? Oppure: “Vieni con me se vuoi imparare come stare al mondo”, e quindi tutti e due vi farete una risata, concordi sul fatto che Terminator è una bomba? (Questo è un giudizio del tutto personale, e non è cambiato nel corso degli anni.)

O forse gli consigliereste di comprare delle azioni della CerebroChip™, la società che produce i microchip che chiunque avrà presto impiantati nel proprio cervello, e che rimpiazzeranno gli smartphone come mezzo di comunicazione collettivo, e anche di distrazione e disinformazione. Su questo punto in particolare, è così che andrà.

O forse tu e il te stesso dodicenne vi scambiereste battute e sfottò – perché uno di voi due è Ryan Reynolds, e l’altro finirà per diventarlo – prima che venga fuori che tuo padre ormai defunto ha inventato i viaggi nel tempo, e che tu devi impedire alla sua ex socia malvagia di sfruttare questa scoperta e di provocare un attacco cyborg che distruggerà il mondo nel giro di trent’anni. Fai quel che devi fare, Ryan Reynolds Del Futuro.

The Adam Project, il nuovo film di Shawn Levy cucito addosso a Reynolds dopo Free Guy, comincia nell’anno 2050 o qualcosa, col belloccio amato da tutti, il fusto barbuto canadese di nome Ryan (scusaci, signor Gosling) alle prese con una battaglia tra cani nello spazio in stile Battlestar Galactica sulle note di Gimme Some Lovin’, la hit portata al successo dallo Spencer Davis Group nel 1967. (Ci sono tantissime canzoni scelte a caso, in questo film. Come se i produttori avessero preso una compilation di classici del rock in saldo e avessero ordinato: “Suonate tutto il lato A”.)

L’Adam adulto sta cercando di tornare al 2018, per deviare un tradimento che determinerà il corso degli anni successivi. Ma finisce accidentalmente nel 2022, quando il sé stesso ragazzino, interpretato (benissimo) da Walker Scobell, sta scontando il peso di un’adolescenza da bullizzato. Alla fine, dopo averci girato intorno per un po’ e aver stabilito un improbabile legame, i due Adam torneranno indietro nel tempo insieme, fino a quell’anno cruciale in cui lo SpaceX fece il suo primo volo e tutti siamo rimasti ipnotizzati da una ragazza di nome Cardi B.

Ma la vera destinazione temporale di questo film action/sci-fi/commedia/blockbuster per ragazzini/divertissement/lucido per pavimenti è la metà degli anni ’80, quando nei multisala uscivano titoli come I Goonies, Explorers e, ovviamente, Ritorno al futuro. La vibe nostalgica è assai evidente, quantomeno nelle intenzioni: si sente quanto The Adam Project aspiri ad essere un film di Spielberg del periodo prima amministrazione Reagan (lo si capisce anche solo guardando il poster).

Alla nostalgia si mischia, scena dopo scena, un sentimentalismo melenso, che tocca l’apice quando l’Adam adulto cerca di risolvere i problemi tra il sé stesso adolescente e sua madre (Jennifer Garner); e che sbraca del tutto quando entra in scena papà (Mark Ruffalo). Mettiamola così: quando inizia, il film vorrebbe disperatamente essere una specie di nuovo E.T.; quando finisce, sembra il terribile sequel dell’Uomo dei sogni con Taylor Lautner.

Nel mezzo, The Adam Project è un action fin troppo smielato, con qualche momento efficace, vedi gli inseguimenti ben coreografati e qualche partecipazione gustosa: Zoe Saldana, nei panni della moglie di Reynolds, contribuisce a creare una bella alchimia con il protagonista; Catherine Keener diverte in versione villain. Ma ci sono anche degli scivoloni notevoli, come il solito pessimo effetto speciale per ringiovanire uno degli attori e l’uso di Good Times, Bad Times dei Led Zeppelin su una scena di combattimento – se è vero che puoi farlo, non significa che devi farlo.

Scobell fa un ottimo lavoro nel portare la cadenza strascicata di Ryan Reynolds ai tempi della scuola media, e il rapporto che si crea tra i due è ciò che evita a questo lungo viaggio di deragliare. A differenza di Red Notice, questo film non è una dimostrazione della crisi dello star system, e in particolare del posizionamento di Reynolds nello star system stesso. È solo un altro costosissimo giocattolone nel vasto menu di Netflix. Lo vedrete, magari vi divertirete pure, e poi chiederete ai voi stessi del futuro di tornare indietro di molti anni (o anche solo di poche ore), e vi ricorderete che questa storia l’avete già vista.

Da Rolling Stone USA

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