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‘Run’: la ‘mammina cara’ Sarah Paulson non salva un horror che non corre, ma inciampa

La star di ‘American Horror Story’ è una ‘bitch’ in piena regola. Ma non c’è tensione, in quello che è un passo falso soprattutto per il regista, promessa non mantenuta del nuovo panorama thriller

Sarah Paulson e Kiera Allen in ‘Run’ di Aneesh Chaganty

Foto: Lucky Red

Diciamo che sei cresciuta con parecchi disturbi e disabilità debitamente diagnosticate, che vanno dall’aritmia all’emocromatosi alla paralisi parziale. Sei su una sedia a rotelle e hai un numero preciso di pillole da prendere tutti i giorni. Per fortuna, tua madre ha sotto controllo tutti i tuoi farmaci e i trattamenti che devi seguire, oltre a farti homeschooling quotidianamente. Conti i giorni finché non arriverà la lettera di accettazione presso una delle università del vicino Stato di Washington, o in qualsiasi altro college. Mamma dice che te la lascerà aprire non appena il postino la consegnerà. Sì, ci siete vicini… Che cosa può prendere il posto dell’amore che prova una madre per sua figlia?

Finché un giorno, dopo che mamma è tornata a casa dal suo giro di spese, noti qualcosa di un po’ strano nella sua borsa. C’è il flacone della farmacia con sopra scritto il suo nome. Di solito le tue medicine hanno il tuo nome scritto sulla confezione. È solo la ricetta che è registrata così, dice mamma. Niente di che. Eppure, sembra tutto piuttosto strano. Forse è il caso di indagare un po’ più a fondo. Ed è allora che scopri che anche altri flaconi hanno il nome di tua madre stampato sopra, e che Internet di colpo non funziona, quando provi a cercare su Google cosa diavolo sono quei farmaci. Forse allora non sei così malata come ti hanno fatto credere. Forse la tua dolce, amorevole mammina ti ha tenuta all’oscuro del fatto che farebbe di tutto pur di proteggerti…

È nei territori del thriller che Run va subito a parare, ponendosi nel solco di film con al centro vittime con disabilità fisiche (vedi Gli occhi della notte o Hush – Il terrore del silenzio). È chiaro fin da subito che la diciassettenne Chloe Sherman, interpretata dalla vera diversamente abile Kiera Allen, è una problem-solver di primo livello, il tipo di protagonista che sa come improvvisare una fuga nonostante ci siano di mezzo una finestra chiusa, un saldatore a stagno e… una bocca piena d’acqua. E non ci vuole molto a capire che la sua mamma-chioccia Diane è chiaramente qualcuno che nasconde una buona dose di pazzia dietro la facciata da santa, il che è uno dei motivi per cui è stata giustamente ingaggiata Sarah Paulson per il ruolo. Chiunque abbia visto Paulson in qualsiasi cosa abbia fatto sa che è un’attrice straordinaria, le cui abilità sembrano illimitate. Chiunque abbia visto American Horror Story o qualsiasi altra produzione dell’amico Ryan Murphy può testimoniare che è l’interprete più adeguata per un personaggio del genere.

Ma è, paradossalmente, uno degli ostacoli che ti impediscono di godere appieno di questa parabola sulla sindrome di Münchhausen per procura. Non costituisce spoiler dire che Diana ha tutti i motivi perché Chloe rimanga malata per sempre. Questo è ovvio fin dall’inizio. La capacità di Paulson di farti intravedere un Totenkopf (il teschio usato nella simbologia nazista, ndt) dietro ogni sorriso e i suoi atteggiamenti da mamma perfetta sono contrappuntati da un’ironia tossica che sta solo a confermare dal principio quello che scopriremo di lì a breve. I colpi di scena – e gli spaventi di fronte alla siringa con cui viene minacciata la povera ragazzina – sono tutti lì ancora prima che l’azione abbia inizio. La tensione è piuttosto forzata e, considerato che questo è il tipo di film che punta tutto sulla suspense, il racconto sembra sgonfiarsi ancora prima che i climax prendano il via. Non fate attenzione al titolo: il film non corre affatto spedito, al massimo va a passo di trotto. E non è troppo rilevante nemmeno nel suo voler essere scopertamente camp, se non per l’ultimissima scena: una scena che meriterebbe una sonora risata collettiva. (Diciamo solo che il reparto trucco-e-parrucco dev’essere andato a farsi un giro nei negozi di vestiti di Halloween, per prepararla.)

La carriera di Paulson non subirà contraccolpi, dopo questo passo falso. E lo stesso si può dire di Allen: non ci sarebbe potuta essere scelta migliore per il ruolo della teenager in pericolo. L’unica persona che potrebbe uscirne davvero maluccio è il regista e sceneggiatore Aneesh Chaganty, il cui precedente film – il cyber-mystery del 2018 Searching, con John Cho che usava Microsoft Office e i social media per cercare la figlia scomparsa – mostrava uno stile e una sagacia davvero promettenti. Cose che sono del tutto assenti in Run. Quel che resta alla fine è solo un’occasione mancata.

Da Rolling Stone USA

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