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‘Rebecca’: c’era davvero bisogno di questo remake?

Dal romanzo di Daphne du Maurier, già capolavoro di Hitchcock nel 1940, una nuova versione che perde il cuore psicologico del racconto. Anche perché, se Lily James convince, Armie Hammer è totalmente a disagio
2.5 / 5

Tutto ha inizio a Monte Carlo. La dama di compagnia di una ricca signora incontra per caso il leggendario Maxim de Winter: ricco, bello, da poco vedovo. Lui le fa consegnare un biglietto: «Vieni a fare un giro con me». Comincia così una serie di appuntamenti quotidiani: spiagge della Riviera, scogliere a picco sul mare, luce calda del sole che accarezza volti e corpi. Qualche corsa in macchina (e una scena di sesso sulla spiaggia) più tardi, la ragazza senza nome, interpretata da Lily James, diventa la promossa sposa dell’uomo, e dunque la futura signora de Winter. Maxim (Armie Hammer) ha trovato una seconda moglie, e dunque l’occasione di una rinnovata felicità. Nel frattempo, la datrice di lavoro della ragazza, la signora Van Hopper (una spassosissima Ann Dowd), la mette in guardia. «Pensi che la gente non avrebbe sparlato di te?», le dice. E poi: «Credi davvero che lui ti ami?». La informa anche del fatto che, dopo la morte della prima moglie, l’uomo è praticamente impazzito. Sei la ruota di scorta, mia cara. Dunque, invita la ragazza ad andare con lei a New York, dove potrà di sicuro trovare tanti giovanotti con cui consolarsi, e tutti della sua stessa classe sociale. Quest’ultimo punto va tenuto a mente.

Ma se la ragazza fosse partita per New York, Rebecca – l’adattamento firmato Ben Wheatley del celebre romanzo di Daphne du Maurier del 1938, ora disponibile su Netflix – non sarebbe stato il mélo cinico e gotico che è. O almeno che vorrebbe essere. La maggior parte del potenziale narrativo – potenziale che questa nuova versione spreca totalmente – può essere sintetizzata nel fatto che, appunto, la protagonista all’inizio non ha un nome. Chiunque sia stata prima dell’incontro con Maxim, ora è la signora de Winter. Il suo matrimonio con Maxim cancella chi – e cosa – è stata fino a quel momento.

Una nuova identità l’attende. Dentro il Rebecca di du Maurier ci sono un sacco di cose, ma la più precisa di tutte è la descrizione del dolore che si prova nel dover essere la seconda moglie. La signora de Winter numero 2 non sta solo sposando un vedovo. Sta per entrare nei panni di un’altra donna: e, almeno apparentemente, non ha nulla di colei che prima abitava nella magione di Manderley. Il poco che sappiamo della nuova signora de Winter è sufficiente a giustificare il suo sospetto nei confronti di tutto quello che le sta per accadere. È sola, come lei stessa ammette di fronte all’altrettanto solo (o così sembra) Maxim, durante una delle loro prime uscite: entrambi i genitori sono morti quand’era una bambina. Ora viene improvvisamente catapultata in uno gelido consesso di persone invischiate nei loro traumi psicologici. Proprio ciò su cui la signora Van Hopper l’aveva messa in allarme. «La tua casa sarà Manderley: hai mai sentito niente di più romantico?», le aveva domandato la vecchia signora. Ma pronunciandolo con un tono non esattamente felice.

Il che era del tutto appropriato. Come mostra il prologo del film – e come aveva fatto il romanzo di du Maurier molto prima –, nella vita ci sono cose ben più romantiche di Manderley. Il posto è un casino. Non in senso letterale: ogni angolo non potrebbe essere più lustro (e ogni segreto meglio nascosto). Il primo segnale inquietante arriva comunque molto presto. Se un uomo ti dice che la sua tenuta «è più di una casa: è la mia vita», puoi fare una sola cosa: scappare. E, quando tutti si rivolgono a te come la nuova o la seconda signora de Winter, devi correre a fare le valigie. Altrimenti, ogni nicchia della tua nuova casa, ogni comportamento strano dei cani, ogni occhiata storta da parte della servitù ti faranno sentire a disagio. Il film di Wheatley rende questa sensazione piuttosto bene. Manderley è la testimonianza concreta di quella vita che non potrà mai appartenere alla nuova donna che vi abita. Nessun oggetto è suo; e ogni volta sembra che i camerieri abbiano appena smesso di parlare di lei, quando la ragazza fa il suo ingresso in una stanza. E poi c’è la fredda, scontrosa e onnisciente signora Danvers (Kristin Scott Thomas), la governante che sbuca da ogni angolo, e che fa evaporare in un istante quel senso di casa, a patto che sia mai esistito.

Tutto questo è, almeno in parte, colpa del signor de Winter. Ha l’abitudine di sorvolare sulle domande a cui non vuole rispondere. Ed è anche uno dei punti deboli di un film pieno di punti deboli. I problemi si notano da subito: a volte Hammer sembra borbottare a fatica le battute, forse perché l’accento britannico non gli riesce facilissimo; altre, invece, le dice tutte d’un fiato come per liberarsene, e senza dare così modo alla personalità (e all’ambiguità) del personaggio di emergere. Ma la “personalità” è la chiave per poter raccontare una storia come questa, e tutti i suoi misteri. Maxim de Winter – come Manderley e come la sua prima moglie – è preceduto dalla sua fama. E Rebecca, nel migliore dei casi possibili, potrebbe funzionare solo se non conoscessimo già tutto quello che spunterà dalle nebbie.

La nebbia sembra avvolgere anche la recitazione. Armie Hammer dà il meglio di sé quando fa la parodia del personaggio che, per via del suo aspetto fisico, ti aspetti da lui (vedi, a questo proposito, i gemelli di The Social Network). Lily James, invece, è un po’ più a fuoco. Nella sceneggiatura di Jane Goldman, Joe Shrapnel e Anna Waterhouse, tocca a lei la parte più interessante. Tanto per cominciare, è lo specchio del pubblico, e la nostra solidarietà nei suoi confronti cresce anche grazie all’abilità con cui Wheatley illustra con tratti rapidissimi la sua evoluzione. Quando la nuova signora de Winter s’intrufola nelle stanze di Rebecca e si mette malauguratamente a rovistare tra le sue cose – un errore clamoroso: ma possiamo forse biasimarla per essere stata troppo curiosa? –, la tensione è palpabile. E anche il copione mantiene una tensione che il film progressivamente smarrisce. La naturale impotenza di Lily James, sperduta tra gli spettri che la circondano, sa rinnovare qua e là quel senso di minaccia costante. Riesce a convincerci del fatto che il principale dilemma del personaggio sia il suo sentirsi fuori posto dopo aver fatto quel salto nella scala sociale. Non importa tanto che la casa sia infestata dal ricordo della moglie scomparsa. Quella è solo un’ansia accessoria, rispetto al suo essere una donna che, considerata la sua estrazione sociale, si sente più vicina allo status delle cameriere di Manderley che a quello di padrona di quella reggia.

Ma, naturalmente, la fanciulla in pericolo si dimostra molto meno suggestiva della sinistra governante. Kristin Scott Thomas, nei panni della signora Danvers, offre un’ottima performance, ed è un piacere vedere un’attrice capace di imporre il proprio carisma dentro i fotogrammi sbiaditi di Wheatley, riempiendo una scena che altrimenti resterebbe vuota. Il suo portamento, il modo di parlare sussurrato, l’affettazione rigorosa, tutto concorre a raffreddare l’atmosfera, e a renderla pesantemente formale (almeno quando Wheatley le consente di farlo). Non stupisce che la signora de Winter di Lily James si senta minacciata da ogni suo sguardo. Forse anche più di Rebecca, Danvers qui funge da terzo lato di questo perverso triangolo di devozione. Ha un modo molto subdolo di ricordare alla nuova moglie che il ruolo della signora de Winter è, per l’appunto, un ruolo. Un ruolo che richiede responsabilità, conoscenza e statura relativa a una certa classe sociale. La ragazza appena arrivata non lo può affatto rivestire.

Lily James e Kristin Scott Thomas. Foto: Kerry Brown/Netflix

Ancora una volta, siamo messi di fronte ai limiti del film. Per raccontare questa storia serve una certa destrezza, o quantomeno il senso del thriller originale. I grandi affreschi gotici sanno rivelare ogni singolo lato dell’intrigo e del potenziale pericolo all’orizzonte, spesso nascondendolo nelle pieghe delle differenze sociali. Ma in questo ritratto di una donna che vive all’ombra di un’altra, il film di Wheatley dimostra di essere, ironicamente, incastrato nell’ombra di sé stesso. Di due ombre, anzi. Di recente, il triangolo al centro di questa storia era stato evocato da Paul Thomas Anderson nel Filo nascosto, che era sempre un triangolo amoroso tra un uomo, sua moglie e sua sorella. (Con la sola differenza che l’uomo, interpretato dall’immenso Daniel Day-Lewis, era tormentato dall’assenza della madre, non della moglie precedente.)

E, ovviamente, il film di Wheatley è esso stesso la seconda signora de Winter, rispetto al capolavoro di Hitchcock vincitore dell’Oscar nel 1940. Come la moglie defunta di Maxim, non si può neanche lontanamente paragonare la versione di Wheatley all’opera che l’ha preceduta, e che si fa sentire ovunque. I protagonisti erano tre star altrettanto non confrontabili con quelle di oggi: Laurence Olivier, Joan Fontaine e Judith Anderson, che rese immortale il ruolo della signora Danvers. Quando Hitchcock girò Rebecca, era sotto contratto col leggendario David O. Selznick; e anche il nuovo Rebecca patisce la presenza di un committente altrettanto ingombrante, cioè Netflix. In altre parole, nell’adattamento di oggi manca totalmente la mano di Wheatley. Il romanzo di du Maurier, quantomeno all’inizio, sembrava stonare con il lavoro del regista, anche se alcuni dei suoi titoli precedenti – il sorprendentemente violento Kill List (2011) e il meno soddisfacente ma comunque interessante High-Rise – La rivolta (2015) – condividono il gusto nel lasciare da parte la narrazione, in virtù di una violenza oscura e impercettibile. A discolpa del regista, questo Rebecca si sviluppa in modo più originale e conflittuale rispetto al precedente. Ma poi tutto si sgonfia. Non è noioso: finché non lo diventa. Il melodramma al centro della storia s’indebolisce proprio quando il film inizia a snocciolare un colpo di scena dopo l’altro.

Rebecca non fa mai fare un salto di qualità al dilemma psicologico alla base di tutto. Ed è davvero un dilemma. Il mistero che avvolge la morte della signora de Winter è assolutamente rilevante, nell’arco narrativo della storia. Come se l’interesse fosse tutto lì, il film però si trasforma nella mera esposizione e spiegazione dell’enigma, come se ciò bastasse. Mistero risolto. Caso chiuso. Ma la devozione – quella pura, accecante, insaziabile forma d’amore che sconfina nel possesso più assoluto – è il vero cuore della storia. Ed è ciò che rende Rebecca, nella sua forma migliore, così inquietante. È qui che Wheatley inciampa. Mette sul piatto la storia, la popola di dettagli anche raffinati, e poi perde di vista il suo vero motore psicologico, preferendo rispondere ai quesiti più scontati. L’attaccamento così inspiegabile (e sessualmente morboso) che rappresenta il vero nucleo della storia ha una spiegazione? Il noioso finale – e, proprio per questo, Rebecca nella sua interezza – è la dimostrazione che dobbiamo continuare a domandarcelo.

Da Rolling Stone USA

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