‘Raya e l’ultimo drago’: la nuova (anti) principessa Disney è una sorpresa | Rolling Stone Italia
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‘Raya e l’ultimo drago’: la nuova (anti) principessa Disney è una sorpresa

Col suo mix di temi e riferimenti al Sudest asiatico, la storia della nuova eroina della Casa di Topolino è una boccata d’aria fresca. Anche in termini di rappresentazione culturale

Raya e Sisu, le protagoniste di ‘Raya e l’ultimo drago’

Foto: Disney

Una figura solitaria attraversa una pianura arida, alla guida di un mezzo con una sola ruota che sembra una motocicletta Suzuki, con una maschera sulla faccia e un’energia in stile Furiosa di Mad Max: Fury Road. È l’ingresso in scena dell’eroina di Raya e l’ultimo drago, l’ultimo film Disney (disponibile su Disney+ con accesso VIP) il cui incipit sembra già visto e rivisto, ma viene servito in modo decisamente appetitoso. Molti secoli prima, in una terra chiamata Kumandra, le nazioni erano unite e i draghi volavano liberi nel cielo. Finché a spazzare via tutto non è arrivata una peste ribattezzata Druun, una nube viola capace di tramutare uomini e animali in pietra. Per scacciarla, serve un gioiello che combina l’energia di quelle magnifiche creature, rimaste statue anche quando gli esseri umani hanno ripreso a vivere.

Il legame che univa uomini e draghi è stato infranto per sempre. Si sono formate nuove tribù, ciascuna con il nome di una parte dei vecchi draghi: Coda, Artiglio, Dorso, Zanna, tutte unite contro la tribù del Cuore, che protegge la Gemma Drago. Un uomo coraggioso di nome Benja (doppiato nella versione originale da Daniel Dae Kim) è incaricato di tenere quella pietra al sicuro; sua figlia Raya (Kelly Marie Tran), una sorta di ninja in erba, prenderà un giorno il suo posto. Ma la diatriba tra le fazioni ridurrà il talismano letteralmente in mille pezzi. Il Druun farà il suo ritorno, lasciando sul campo il solito sacrificio da parte di un genitore per salvare il figlio (perché siamo pur sempre in un film Disney) e pochissimi sopravvissuti, cioè persone non ridotte ancora una volta in pietre.

Raya va alla ricerca di quel che resta dei cinque regni insieme al suo simil-porcospino – è lui il mezzo monoruota di cui sopra – e, soprattutto, delle diverse parti in cui è stata divisa la Gemma Drago. Ci sono molti ostacoli e molti nemici sul suo cammino. Ma presto questa guerriera solitaria troverà un alleato nella sua missione: il titolo è, in questo senso, un mezzo spoiler. Sarebbe semplice, se non riduttivo, liquidare Raya e l’ultimo drago come l’ennesimo film su una principessa Disney, solo con l’aggiunta dell’elemento distopico, come se la Casa di Topolino avesse voluto rispondere agli ultimi decenni di blockbuster made in Hollywood; o come una sorta di “reboot” in chiave empowerment delle storie a lieto fine sfornate dalla major negli anni ’90. Anche il mix di folklore del Sudest asiatico a cui si ispira il film, e che pesca i suoi riferimenti estetici e tematici da tutta quella regione, è, più che un tentativo di diversificare un genere così tradizionale, un miscuglio a volte fin troppo audace. (Tanto che, di fronte a Benja che propone diplomaticamente un accordo di pace unendo gli usi di tutte le nazioni rivali e mettendo sullo stesso piano gli elementi più diversi del misticismo orientale, non sono mancate le critiche.)

Quel che fa questa storia partorita dagli sceneggiatori Qui Nguyen e Adele Lim e dai registi Don Hall e Carlos López Estrada (più un sacco di altri, accreditati come co-registi o collaboratori), non è tanto regalarci uno specchio della cultura pan-asiatica, quanto offrirci un amalgama di tutta la cultura pop: i cartoni sulle principesse, certo, ma anche citazioni a qualsiasi cosa, da Indiana Jones a Mad Max, da Game of Thrones all’Ultimo dominatore dell’aria, dell’epica wuxia alla buddy comedy. E se i momenti action alla I pred-Raya-tori dell’arca perduta sono riuscitissimi, è proprio il lato da buddy comedy a rendere il film più vivace che mai.

E arriviamo al drago del titolo. Grazie a un incantesimo, Raya riesce a riportare in vita lo spirito di Sisu, il magnifico rettile che, a suo tempo, era riuscito a sgominare il Druun. Molto più piccola della creatura mitologica tramandata dalla leggenda, questa draghessa ammette di non essere stata la migliore in campo, nella guerra contro quella peste viola: «Sai quando a scuola ti assegnano un progetto di gruppo, e tu non sei il bambino più sveglio della classe ma alla fine prendi comunque un voto alto come tutti gli altri?», dice. Ma i fratelli di Sisu l’avevano scelta, per un motivo o per l’altro, come loro futura salvatrice. E ora, come Raya, Sisu deve dimostrare che quel sacrificio non è stato vano, e provare sul campo il proprio valore.

È pelosa, sfacciata, e molto divertente: una specie di Mushu in versione Mio mini Pony. Sisu è doppiata da Awkwafina, il che già dice tutto del personaggio. L’attrice porta la stessa energia e la stessa parlantina già utilizzate in qualunque cosa abbia fatto, da Crazy & Rich ai suoi show comici; e fa di questo drago non solo il miglior amico di Raya, ma anche il principale (se non l’unico) motore comico del film. Raya e l’ultimo drago è pieno di figure di contorno, da Namaari (Gemma Cham), la nemica-amica di Raya col suo fighissimo taglio alla Tegan and Sara, al buontempone buzzurro e con un solo occhio cui presta la voce Benedict Wong; fino a non uno, ma due bambini co-protagonisti. Ma è la relazione tra Raya e Sisu, la guerriera e la sua spalla saputella, ad accendere la narrazione. Ci troviamo di fronte al classico “cammino dell’eroe”, ma qual è l’elemento che ci dice che, più della destinazione, conta il viaggio in sé? La combattente eccezionale ma sempre vulnerabile “interpretata” da Kelly Marie Tran; e le improvvisazioni del drago di Awkwafina. Quello che potrebbe sembrare scontato e risaputo diventa invece una bellissima partita a due.

Ma c’è anche un elemento indiretto e simbolico a fare di Raya e l’ultimo drago più di un semplice film da guardare in streaming e poi dimenticare. La peste raffigurata nel film, “sorta per colpa della discordia umana”, e il messaggio all’unità come unica via per superare le differenze sono temi che oggi risuonano più che mai. Non c’è bisogno di leggere le cronache correnti, per capire l’importanza di una contro-narrazione in termini di rappresentazione culturale. Applausi dunque a Don Hall, già dietro il sottovalutato Big Hero 6 (2014), e al nuovo arrivato in casa Disney Carlos López Estrada, che tre anni fa aveva diretto il dramma indie Blindspotting: sono loro a portare una ventata d’aria fresca con questo film.

E non serve sapere tutto quello che ha passato Kelly Marie Tran negli ultimi anni per percepire il senso di empowerment incarnato dal suo personaggio. Non costituisce spoiler dire che questo film Disney, che parte in un modo che sembra già visto, finisce invece alla grande. E la vittoria degli eroi che vediamo sullo schermo non è solo da intendersi in senso strettamente narrativo: è il vero e proprio trionfo dell’intero progetto.

Da Rolling Stone USA

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