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Rammstein: uber metal senza titolo

Gli Uber Menschen tedeschi tornano dopo dieci anni con un album senza nome, ovviamente provocatorio, epico e quadrato
4 / 5

I Rammstein, gli “uber menschen” del metal, tornano dopo dieci anni con una nuova poderosa riflessione sull’identità germanica, in bilico tra epica romantica e distopia, che inizia con la dichiarazione d’amore e odio di Deutschland: “Il mio amore / E’ una cosa che non posso darti.”

È sempre difficile capire il limite dell’ironia nell’espressività quadrata della band guidata dall’ex nuotatore e colosso pirotecnico del palco Til Lindemann. Certo è che la frase più temuta la dicono subito, nel ritornello del primo singolo già da 40 milioni di streaming: “Deutschland uber allen”.

Eppure, come ogni cosa nel mondo dei Rammstein anche quelle parole hanno un che di catartico, suonano come un modo per esorcizzare la paura e tutti i lati oscuri che trascinano la ragione nell’abisso.

È anche ciò che i Rammstein sembrano volerci dire nei dieci minuti del monumentale videoclip in cui ripercorrono la storia del loro paese dai Romani fino ad un immaginario futuro in cui i membri della band in versione astronauti ritrovano lo spirito della Germania, (interpretata da un’attrice nera) esiliata su un pianeta sperduto.

Perché i Rammstein sono come Marilyn Manson e non solo nel suono metallico, nella cadenza martellante e nel volume disturbante. Sono una rappresentazione, un teatro surreale e a volte violento, un piano sequenza epico e provocatorio (non a caso sono sempre piaciuti al regista dell’inconscio David Lynch). Come Marylin, Lindemann fa paura solo a chi ha già paura.

Quello che rende i Rammstein affascinanti e imperdibili dal vivo (il loro tour europeo negli stadi è già sold out a Parigi, Praga, Stoccolma e molte altre città, oltre alla Germania) è la maestosità sinfonica e il loro appoggiare tutto sull’incastro meccanico tra riff di chitarra e batteria per costruire un muro cadenzato con un Bpm vicino alla techno su cui le tastiere creano soluzioni e il gigante Lindemann è libero di recitare.

Per questo il settimo disco dei Rammstein non sorprende e non delude: undici tracce in cui ironizzano con le frasi in italiano, spagnolo e francese di Auslander, buttano dentro i cori gotici in Zeig Dich, la loro passione per il sesso in Sex (come dare torto a Lind quando tuona “Wir leben nur ein mal”) e quella per i synth anni ’80 in Radio, interpretano la tragedia “industrial” in Puppe, la malinconia più romantica e decadente nella brevissima ballad Diamant, le atmosfere cinematografiche in Was Ich Liebe e poi finalmente spaccano tutto con Tattoo, il pezzo più dritto di tutto l’album, pulito e quadrato come deve essere un inno “uber metal” che si rispetti.

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