‘Kid A Mnesia’, quando i Radiohead esploravano l’ignoto | Rolling Stone Italia
Home Recensioni

‘Kid A Mnesia’, quando i Radiohead esploravano l’ignoto

Il box set che contiene le ristampe di 'Kid A' e 'Amnesiac', oltre a un bel numero di rarità e qualche inedito, dà accesso a una delle session più eccitanti della storia del rock

Radiohead

Foto: John Spinks

Certe idee non superano la prova del tempo. Per secoli la razza umana era convinta che fosse il Sole a girare attorno alla Terra. Poi l’abbiamo capito. La gente pensava che i pomodori fossero velenosi, che le sanguisughe facessero bene alla salute e che Lee Harvey Oswald avesse agito da solo. Prendete in mano un qualunque testo anni ’70 sulla cocaina e troverete la frase «non dà dipendenza». Allo stesso modo, quando i Radiohead hanno pubblicato Amnesiac nell’estate del 2001, molti fan hanno pensato che fosse infinitamente meglio di Kid A. Perché era più rock. Perché aveva le canzoni. Perché esponeva emozioni più complesse. Era un uno-due pazzesco: i Radiohead avevano registrato due capolavori space rock in una singola session, e si erano pure tenuti il meglio per il secondo.

Poi però il mito di Kid A si è consolidato fino a trasformarsi nel vero classico dei Radiohead. Amnesiac, al contrario, è finito nell’ombra del fratello maggiore, con buona pace dei fan dell’album. Ora la band inglese torna su quelle session con Kid A Mnesia, una straordinaria raccolta che dimostra perché quei dischi sono due metà gemelle dello stesso discorso musicale. Il box set racconta l’incredibile storia di quelle session in tre dischi: i due album originali e Kid Amnesiae, raccolta di outtake, lati B, esperimenti inediti. È il suono di un gruppo di geni che in studio provano qualunque cosa. Il risultato: due classici e in più tanta grande musica rimasta negli archivi.

La premessa era semplice: delle rock star incredibilmente di successo decidono di ricominciare da zero, sostituendo le chitarre con sintetizzatori che ancora non sanno suonare. Come dimostra Kid Amnesiae, avevano tante idee e lavoravano con immensa curiosità. E nel classico stile Radiohead, hanno finito per diventare matti curando ogni dettaglio fino allo sfinimento. Come ha detto Thom Yorke a Rolling Stone, «ho reso impossibile la vita di tutti quanti».

Uno dei pezzi forti della raccolta è If You Say the Word, una gemma rimasta fino a oggi inedita (Jonny Greenwood pensava che fosse troppo patinata). Sono i Radiohead al top, con Thom Yorke che canta di tradimento accompagnato da sintetizzatori inquietanti. Follow Me Around è invece un brano di culto spesso suonato live, una ballata acustica paranoide che risale alle session di OK Computer. È difficile pensare a un’altra band capace di mettere da parte pezzi del genere.

Ci sono anche versioni migliorate di lati B come Fast Track e Fog. Nel complesso, in Kid Amnesiae si sentono echi dei dischi originali – il glissato di arpa di Motion Picture Soundtrack, gli archi di How to Disappear Completely – solo che sembrano frammenti di un incubo da cui non riesci a liberarti.

Pulk/Pull (True Love Waits Version) è una versione electro-glitch di uno dei pezzi della band più amati in assoluto, anche se è uscito in una versione registrata in studio solo ai tempi di A Moon Shaped Pool. Ma è così che avrebbero dovuto pubblicarlo, tra sintetizzatori minacciosi e un piano Rhodes, un po’ come Everything In Its Right Place. The Morning Bell è l’unico pezzo che appare in entrambi i dischi e ha senso che torni anche in Kid Amnesiae, uno strumentale con un lugubre organetto.

Kid A e Amnesiac sono stati primi grossi dischi rock dell’era di Napster. Significa che, quando sono stati pubblicati, i fan di mezzo mondo già conoscevano parte del materiale grazie ai file mp3 dei concerti. E perciò quando Kid A uscì nell’ottobre 2000 tanti si domandarono perché mai i Radiohead non avessero incluso alcuni fra i pezzi più forti: ma come, niente Knives Out, né You and Whose Army e neppure Pyramid Song, che all’epoca conoscevamo come Egyptian Song? Il dibattito si surriscaldò quando nell’estate 2021 uscì Amnesiac. Era più duro, più punk, basato sulle chitarre di Jonny Greenwood e Ed O’Brien. Uno dei pezzi forti, I Might Be Wrong, sembrava una versione sballata degli Allman Brothers, mentre Knives Out pareva un frullato di canzoni degli Smiths. Se Kid A era astratto, Amnesiac era il disco più concreto di un gruppo di giganti del rock, per quanto recalcitranti.

È ora di rivalutare Amnesiac. Nella lista dei 500 migliori album di sempre stilata da Rolling Stone US l’anno scorso, i votanti hanno messo Kid A tra i primi 20, ignorando Amnesiac (ma non OK Computer, The Bends e In Rainbows). Che ironia: Kid A si trova giusto dietro To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar, che contiene un campionamento di Pyramid Song. L’album viene spesso considerato una nota a piè pagina nella storia di Kid A, in Bridesmaid A, e invece è un album importante di per sé.

Dovevano essere dei flop e invece i due dischi sono stati successi: Kid A è entrato dritto al numero uno della classifica americana, diventando la colonna sonora perfetta delle distopie del nuovo millennio in un periodo in cui la Corte Suprema americana fermava il riconteggio delle schede in Florida, assegnando l’elezione presidenziale al candidato che l’aveva persa. Kid A Mnesia non è quindi solo un monumento alla musica più audace mai prodotta dai Radiohead. È anche un tributo all’idea di tenere accesa la fiamma creativa mentre tutto attorno è gelo.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Radiohead