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Qui non è Disneyland

Nel film più poetico dell’anno un gruppo di bambini cerca la normalità in una delle tante sacche di povertà e degrado degli USA. Con un Willem Dafoe più bravo che mai.

Foto di Marc Schmidt.

Il Florida Project del titolo originale è letteralmente l’altra faccia di Disneyland, quella che si trova a pochi passi dal Paese delle Meraviglie. Nelle intenzioni, la periferia intorno al megaparco dei divertimenti di Orlando avrebbe dovuto diventare un’area residenziale per la comunità americana di domani, ma oggi è di fatto una schiera di grotteschi motel dai nomi fiabeschi o futuristici. E in cui, naturalmente, della fiaba non c’è nemmeno l’ombra.

In una di queste strutture, chiamata Magic Castle (più che un castello, una casa popolare), vive sotto la soglia della povertà la giovanissima Halley con la figlia Moonee. E mentre la madre cerca di arrivare a fine mese come può, sempre al limite della legalità, la bambina, insieme agli amichetti Scooty, Dicky e Jancey, trasfigura quella realtà degradata trascorrendo ogni giorno come se fosse un’avventura, tra incursioni negli edifici abbandonati, gare di sputi e nuove invenzioni per scroccare gelati ai passanti.

L’attenzione per chi vive ai margini, raccontato sempre con una verità e un rispetto disarmanti, è una delle caratteristiche del cinema di Sean Baker, tra le voci più originali ed interessanti del circuito indie. E dopo aver dimostrato che si può girare un film bellissimo come Tangerine armati solamente di iPhone, il regista realizza con Un sogno chiamato Florida (no comment sulla scelta del titolo italiano) la sua pellicola più costosa. Un piccolo capolavoro che segue queste simpatiche canaglie contemporanee con uno stile a metà fra il trasognato e quello che si potrebbe definire un neorealismo tipicamente indie.

Baker ha la capacità di ritrarre con potenza e meraviglia la nuova povertà a stelle e strisce, mettendo la camera ad altezza di bambino e puntando moltissimo sul contrasto creato dai colori pastello, a partire dal viola del Magic Castle, sulla luce e sul cast. Se Brooklyn Prince, ovvero la piccola e tremenda Moonee, è un vero e proprio ciclone di naturalezza e talento, gli altri ragazzini e la mamma, interpretata dall’esordiente Bria Vinaite, non sono da meno.

Ma a tenere tutto in equilibrio è Willem Dafoe – in una performance da Oscar, una delle più profonde della sua carriera – nei panni di Bobby, il custode del residence dove vive Moonee, che si trova a essere l’unico adulto responsabile nel mondo dei bambini e, suo malgrado, la cosa più vicina a una figura paterna, anche per le madri. Un film terribilmente allegro e dolce, devastante ma mai disperato, sull’America dimenticata.

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