‘Quel giorno tu sarai’, la lezione di un cinema che onora il dovere della memoria | Rolling Stone Italia
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‘Quel giorno tu sarai’, la lezione di un cinema che onora il dovere della memoria

L’ultimo, bellissimo film dell'ungherese Kornél Mundruczó (che esce oggi, per la Giornata della Memoria) è costruito su tre episodi, uno per generazione: dai lager della Seconda guerra alla Berlino meltin' pot e a rischio xenofobia dei giorni nostri

Foto: Match Factory Productions, Proton Cinema/Teodora Film

Puliscono, puliscono, puliscono: hanno fretta, hanno paura, hanno orrore, hanno schifo. Eppure non si possono fermare: gettano secchi di acqua sul pavimento, cercano di lavare, inutilmente, quello che nessun uomo può cancellare. Spazzano le pareti, sgretolano l’innominabile, provano a sradicare un passato – recente e sempre presente – che ha ramificazioni sino all’inferno. E allora puliscono, puliscono, puliscono: muti, senza parlare. Eppure sgomenti, increduli, spaventati: laggiù, dentro l’antro del male, nel buco più oscuro della Storia, nelle viscere di una Terra piagata, tomba della coscienza, sepolcro dell’umanità.

So che potrebbe suonare come una minaccia: ma la tentazione di parlare di Quel giorno tu sarai descrivendo solo la prima, folgorante, sequenza è forte, quasi irresistibile. Perché in tutta questa stagione cinematografica, ve lo assicuro, non troverete niente di più potente, straordinario e disturbante di questa irripetibile apertura in 4/3, magistrale lezione di un cinema che va oltre la retorica del realismo per riflettere seriamente (e non solo, pigramente, per “dovere”) sul senso profondo, e a volte soffocante, della memoria.

Ci si potrebbe fermare a questo che invece è solo uno, il primo, dei tre magistrali piani-sequenza dell’ultimo bellissimo film dell’ungherese Kornél Mundruczó (anche questa volta scritto da Kata Wéber), costruito su tre episodi, tre movimenti, uno per generazione, specchio di altrettanti periodi storici. Tre atti che sono anche tre concezioni profondamente differenti – eppure qui magnificamente connesse, intrecciate – del fare cinema: una prima parte storica e insieme iperrealista, praticamente muta, nel lager, dove è il suono e il linguaggio del corpo a dettare le regole della sintassi; una seconda che è puro dramma da camera, con un confronto-dialogo fittissimo all’interno di un appartamento; una terza e ultima che sposa invece il romanzo di formazione, gonfia il petto con il respiro della gioventù, libera in esterni la voglia di vivere e di amare.

Dai campi di sterminio della Seconda guerra mondiale alla Berlino meltin’ pot e a rischio xenofobia dei giorni nostri: una bimba sopravvissuta nessuno sa come all’Olocausto, nel bianco che annulla della neve, che, molti anni dopo, anziana e confusa, affronta la figlia; e, infine, un ragazzino, nipote della prima e figlio della seconda, che, ai giorni nostri, sente il peso di quell’eredità e nel frattempo si innamora delicatamente di una coetanea musulmana dai capelli rasati. Un film anticonvenzionale sull’identità (ebraica, ma non solo), certamente: ma anche – come ha detto Martin Scorsese, qui produttore del film e nume tutelare della coppia Mundruczó/Wéber – «sul modo in cui ricordiamo e sul modo in cui dimentichiamo».

Foto: Match Factory Productions, Proton Cinema/Teodora Film

Nella storia di una famiglia – e di un’epoca – che cerca di guarire dalle ferite e dai traumi della Storia, il regista di Pieces of a Woman e White God si carica sulle spalle la condanna di sentirsi per sempre dei sopravvissuti seguendo le tracce della lunga scia dell’odio. E con clamoroso virtuosismo (complice l’occhio partecipe del grande direttore della fotografia Yorick Le Saux) piega la forza simbolica della metafora al movimento naturale e ostinato del tempo: girando, con attori strabilianti per convinzione ed esito, un film capace, nonostante tutto, di guardare al futuro. Che poi magari basta un bacio per cambiare le cose. In fondo “era solo un sogno”. Anzi, no.

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