Greta Van Fleet, la recensione di 'The Battle at Garden’s Gate' | Rolling Stone Italia
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Quanto sono appassionati i Greta Van Fleet, quanto sono ingenui i Greta Van Fleet

Ti accusano di imitare i Led Zeppelin e tu che fai? Pubblichi un pezzo che replica lo schema di 'Stairway to Heaven'. Ecco pregi e difetti di ‘The Battle at Garden’s Gate’

I Greta Van Fleet live a Milano

Foto: Kimberley Ross

È dai tempi di Jack White che i restauratori della gloria del rock finiscono per suonare come giovani reazionari. I Greta Van Fleet, quattro ragazzi da Saginaw, Michigan, sono un caso a parte: suonano classic rock anni ’70 senza alcun tipo di ironia o consapevolezza. A loro piace tanto, ma davvero tanto scrivere canzoni che suonano come i Led Zeppelin (con una spruzzata di Rush), e nel disco di debutto del 2018 Anthem of the Peaceful Army hanno trattato quella musica antica che tanto li entusiasma esattamente come ragazzini che a ricreazione replicano le giocate migliori dei loro calciatori preferiti.

Anche nel secondo album i Greta Van Fleet sono altrettanto ingenui e appassionati. Si potrebbe pensare che arrivati a questo punto della loro carriera abbiano smesso di scopiazzare le canzoni più ovvie degli Zeppelin. E invece no. Siamo ancora a Stairway to Heaven: Broken Bells la ricorda con così tanto gusto che non è difficile immaginare i quattro GVF alle prese con una causa.

The Battle at Garden’s Gate non è però una semplice pantomima. I Greta sono bravi a fare questa roba e non nel modo che vi aspettate. Heat Above è un pezzo di Cat Stevens scritto da un fan malato di Robert Plant. Le chitarre di Built by Nations scimmiottano Black Dog, con un tocco sporco in stile Rust Belt, mentre la voce del frontman Joshua Kiszka si trasforma dalla solita imitazione di Robert Plant/Geddy Lee in un Bon Scott in versione elfo. Il climax arriva con Stardust Chords, un pezzo che si apre con urla cavernose e percussioni da esercito di orchi e poi diventa un abbagliante assalto prog blues.

Il problema è che anche se i Greta Van Fleet sono bravissimi a costruire cattedrali per le divinità del classic rock, hanno ancora qualche problema con le basi, come il songwriting e soprattutto i testi. My Way, Soon è un pezzo favoloso che ricorda i Free o gli Humble Pie, ma è rovinato da perle di saggezza come: “Ho visto tanta gente / C’è tanta gente / Alcuni sono molto giovani, altri così vecchi”. Dite qualcosa, per favore. Quando la band prova a partire alla carica, certe frasi sembrano melense: “La tua mente è un flusso di colori / Si estendono oltre il nostro cielo”. Kiszka offre altre perle filosofiche anche nella ballata fantasy Light My Love. Come potrebbero non piacere a una immaginaria groupie del 1975?

Se questi ragazzi avessero un po’ di consapevolezza di sé, prenderli sul serio sarebbe decisamente più semplice.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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