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Quando Bob Dylan e Johnny Cash trovarono l’intesa perfetta

Nel 1969 i due cantautori si incontrarono per scambiarsi le canzoni in una session a Nashville, un incontro memorabile testimoniato da 'Travelin' Thru', l'ultima uscita delle ‘Bootleg Series’

Bob Dylan e Johnny Cash nel 1969

Foto: Al Clayton/Sony Music Archives

Immaginate quanto dev’essere stato difficile cantare per la prima volta insieme a Bob Dylan. Ora pensate a come si sarà sentito Dylan a cantare con Johnny Cash nel 1969, quando la coppia si è incontrata per una session senza troppe pretese a Nashville. Cash era più grande di nove anni, e aveva fatto uscire il suo primo singolo nel 1955, sette anni prima di Dylan, che nel 1969 ne avrebbe compiuti 28.

È raro sentire il cantautore che si comporta da fan che cerca di essere all’altezza del suo idolo, ma è esattamente quello che succede in questo album. La session di Nashville, infatti, è il nucleo di Travelin’ Thru, la 15esima uscita delle Bootleg Series di Dylan; ma considerando lo stato di forma del Man in Black – è lui la vera star, qui –, potremmo considerare questo album come parte integrante della sua discografia.

Le canzoni della raccolta che interpretano insieme vengono tutte dal catalogo di Cash (insieme a due versioni di Girl From the North County di Dylan, registrata per l’album Nashville Skyline), suonate con la backing band del celebre LP At San Quentin, formazione che include il chitarrista solista Carl Perkins. I musicisti sono davvero affiatati e abituati a suonare le hit di Cash – all’epoca Careless Love e That’s All Right, Mama –, e Dylan fa il suo meglio per integrarsi nel gruppo. I musicisti ridono e si scambiano le strofe, e quando Dylan trova davvero il suo spazio, come in I Walk the Line, la sua voce da tenore accompagna alla perfezione i bassi profondi di quella di Cash. Raramente Dylan ha cantato così bene.

Ma il vero valore aggiunto della raccolta sta negli scambi tra una canzone e l’altra: in un breve medley tra Don’t Think Twice, It’s All Right di Dylan e Understand Your Man di Cash, i due si scambiano i versi delle strofe, costruite sugli stessi accordi. “Le abbiamo rubate dallo stesso pezzo”, esclama Clash alla fine scatenando le risate nello studio. Più avanti, mentre cantano la bizzarra canzone folk Mountain Dew, il Man in Black dice a Dylan: “Ehi, sarebbe davvero divertente se ti mettessi a parlare su una strofa”, poi recita uno dei passaggi più assurdi del testo imitando la voce di Shel Silverstein. In Careless Love, Cash dice: “Cantane una, Bob!”.

È il suono di due maestri alla ricerca del punto di contatto tra le loro forme d’arte. E quando Cash cerca di convincere i musicisti a suonare Wreck of the Old ’97, Dylan finalmente risponde: “Non credo di poterlo fare, Johnny”. E dopo un paio di tentativi con un medley di canzoni di Jimmie Rodgers, Dylan aggiunge: “Non lo suonerò un’altra volta”. È a questo punto che i due sono finalmente allo stesso livello.

La raccolta, inoltre, include registrazioni dell’apparizione di Dylan al Johnny Cash Show, brani bluegrass suonati al banjo con Earl Scruggs, e scarti di alcuni album, tra cui una versione veloce di I Pity the Poor Immigrant (da John Wesley Harding), una cupa All Along the Watchtower e Lay Lady Lay, da Nashville Skyline.

Tra le curiosità, un paio di cover di canzoni di Cash registrate da Dylan all’epoca del disprezzato album Self Portrait: c’è una versione elettrica e honky-tonk di Ring of Fire, con un tiro funk ammirabile e una produzione invadente e insopportabile, e una martellante Folsom Prison Blues, con una delle migliori performance vocali country della carriera di Dylan. Quando canta: “I shot a man in Reno just to watch him die” raggiunge un perfetto equilibrio tra disinvoltura e senso di colpa. Ma è impossibile capire cosa provasse in quel momento; solo Dylan sa quanto quelle giornate con Cash l’abbiano influenzato veramente.

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