Playboi Carti, la recensione di 'Whole Lotta Red' | Rolling Stone Italia
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Playboi Carti è il vampiro rockstar della Generazione Z

In ‘Whole Lotta Red’, l’album più ambizioso della sua carriera, Jordan Terrel Carter prende elementi da metal e hardcore per inscenare la sua trasformazione nel Nosferatu del rap 


Playboi Carti

Foto: UMusic

Le uniche certezze di questo mondo sono la morte, le tasse e i fan di Playboi Carti che mettono le sue canzoni online prima della pubblicazione. Sono due anni oramai che Whole Lotta Red appare ovunque. La macchina dei leak in costante movimento ha incrementato l’hype e contribuito a ritardare l’uscita, spingendo Carti a registrare altra musica. Whole Lotta Red ha avuto una sua vita ancor prima di arrivare la mattina di Natale sulle piattaforme di streaming e questo ci dice due cose: 1) la promozione di un disco non è affatto obsoleta; 2) i mixtape non sono morti. La cultura degli snippet e dei leak li ha solo decostruiti e sovvertiti.

Nell’interminabile attesa tra Die Lit del 2018 e Whole Lotta Red, Carti ha trasformato la sua “baby voice” in un vero marchio di fabbrica. Il suo farfugliare acuto e catarroso è apparso in brani di Solange (Almeda), Tyler, the Creator (Earfquake) e Drake (Pain 1993) e in alcuni leak del disco, tra cui Cancun, Molly e ovviamente Kid Cudi / Pissy Pamper. La “baby voice” di Carti incarna perfettamente i suoni amniotici e psichedelici del produttore Pi’erre Bourne, che aveva già dato forma a Die Lit e alle hit del 2017 Magnolia e wokeuplikethis.

In Whole Lotta Red Carti sperimenta anche col pop, ma in brani come Teen X, JumpOutTheHouse e New N3on lo tiene da parte, lasciando che il disco accontenti i fan di Lost Boys e costruisca la sua nuova identità da vampiro-rockstar. Rockstar Made accende i motori con 808s esagerate e sintetizzatori affilati che promettono violenza; Carti inizia la sua routine a base di ripetizioni e sillabe tagliate aggressivamente, il beat spinge la voce in territori inesplorati. Il rapper sussulta e rantola, come se la sua trachea fosse rinsecchita. Poi, mentre Carti alterna grida di battaglia e cambi di timbro sempre più abrasivi, Rockstar Made si rivela per quello che è: un esercizio, una messa in mostra del suo incedibile talento da contorsionista vocale, uno degli elementi centrali del disco.

Carti si è sempre raccontato utilizzando il linguaggio visivo del metal e del punk hardcore. Ha le braccia coperte da tatuaggi dedicati all’anarchia, ai Bad Religion e agli HIM, la band goth rock finlandese. La cover di Die Lit e il video di RIP, in cui è al centro di un mosh pit, sono ispirati direttamente dalle vecchie foto in bianco e nero dei concerti di Bad Brains e GBH. La copertina di Whole Lotta Red, invece, è un omaggio a Slash, una fanzine punk degli anni ’70, e il merchandising collegato è ricco di magliette sataniche da metallari.

Nel 2017, Lil Uzi Vert ha detto che le scelte di Carti sono puramente estetiche. «È su un altro pianeta», ha spiegato. «È un troll. Tutti pensano che ascolti il punk, ma lui non ascolta proprio nessuno». Ma anche se le citazioni di Black Flag, Slayer e Hendrix fossero improvvisate, la critica resta irrilevante. Whole Lotta Red distilla con successo la catarsi, lo spettacolo e le performance del metal e dell’hardcore punk. Con quel modo di cantare esagerato, Carti gioca campionato di artisti come Rico Nasty e Mario Judah, il suo troll personale, due mutaforma diventati famosi proprio perché mescolano alcuni elementi di quella musica e di quel modo di cantare con la trap.

Whole Lotta Red è anche il disco della consacrazione di F1lthy, il producer di Working on Dying. Le sue distorsioni esagerate, soprattutto in tracce come Stop Breathing e On That Time, danno al disco l’adrenalina punk di cui ha bisogno. I suoi beat sono al centro dei primi 12 brani in scaletta, una sequenza turbolenta che sembra nata col solo obiettivo di farci pogare. La seconda metà, dove appaiono gli unici due beat di Pi’erre, così come le produzioni del collettivo Hyperpop e dello storico collaboratore Art Dealer, ricordano più i suoni effervescenti a 16-bit di Die Lit. Grazie a questa sequenza di tracce tanto stridente (c’è anche un cameo inspiegabile di DJ Akademiks in Control, un brano altrimenti meraviglioso) e alle trasformazioni di Carti in termini di cadenza, timbro e flow, Whole Lotta Red sembra disegnato per tenere gli ascoltatori sempre in tensione.

In M3tamorphosis, Carti ripete la parola “metamorphosis” freneticamente, modulando il timbro e enfatizzando le sillabe in modi strani e sempre diversi, come se fosse nel bel mezzo di una trasformazione disgustosa. Nell’emozionante F33l Lik3 Dyin, costruita su un sample di Bon Iver, canta rabbiosamente dell’aiuto ricevuto dalla madre: “My mama always knew I was a star / Sacrifices every day / She gave me the keys to her only car / I took that bitch and I went far”. Su “that bitch” c’è un salto melodico inaspettato e spettacolare, una scelta che sfida ogni legge della logica e si stampa indelebile nella mente.

Whole Lotta Red è pieno di momenti così. Playboi Carti – la risposta della Gen Z a Nosferatu – mette in mostra le sue emozioni, passa da una all’altra e le nasconde con una facilità inquietante. Non è mai stato così enigmatico.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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