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La musica di PinkPantheress è un abbraccio in mezzo alla pista da ballo

Non è un fenomeno social, ma un’autrice che racconta il presente e nel suo primo mixtape ’to hell with it’ fa musica vera, per chi vive fuori da TikTok

PinkPantheress

Foto: Brent McKeever

I 60 secondi dell’orecchiabilissima Pain pubblicati su TikTok da PinkPantheress a inizio anno sono la versione un po’ più cupa di una hit di inizio anni 2000, Flowers delle Sweet Female Attitude. Quel che è capitato dopo il successo virale del singolo è una di quelle storie che definiscono la nostra epoca: la musicista, cantante e produttrice ventenne ha ottenuto un contratto con la Parlophone e ha conquistato fan illustri come Clairo e Giveon. TikTok ha definito Pain come “il successo dell’estate”, ma è soprattutto un esempio perfetto della nostalgia della Gen Z per i primi anni zero. Eppure PinkPantheress sembra un glitch nel sistema. Il suo primo mixtape to hell with it conterrà pure classici campionamenti house e drum’n’bass, ma batte territori inesplorati.

Nel giro di appena 19 minuti, PinkPantheress costruisce e disfa sentimenti d’ogni tipo. È un’autrice con un talento particolare, riesce a cantare di disperazione con grazia imperturbabile. Come in Last Valentines: “Ho distrutto l’auto, dritta su un albero / Rischierei la vita pur di farti tornare”, canta, per poi rovesciare la prospettiva: “Hai chiamato il 113, però poi mi ha lascita lì sanguinante / Tu non faresti mai un incidente per me”. Il pezzo si basa su un sample dei Linkin Park ed è uno dei migliori momenti crossover pop-punk dell’ultimo anno. È in momenti come questo che PinkPantheress dimostra un talento innato nello sfruttare il carattere del materiale di partenza.

Altrove, come in I Must Apologize, la cantante costruisce piccole vignette sognanti. È riflessiva e mette in dubbio schemi e abitudini tipici delle relazioni. Il brano poggia su un breakbeat mosso, addolcito dalla melodia di Gypsy Woman di Crystal Waters. La voce sottile e lucente di PinkPantheress suona come un caldo abbraccio in mezzo alla pista da ballo. “Devo scusarmi prima che la notte finisca”, canta nel ritornello.

In Notice I Cried, la voce della cantante si muove con agilità su un classico break drum’n’bass, una sequenza di percussioni dal suono quasi gutturale. Pur durando appena un minuto, il pezzo abbraccia un ampio spettro di emozioni. “Sei troppo crudele per essere gentile / lo so per esperienza”, canta lei. “Ho sentito quel che hai detto o forse sento le voci”.

Nineteen, probabilmente il brano che più di ogni altro resterà nel tempo, contiene le medesime ansie adolescenziali, questa volta raccontate con delicatezza e una cura particolare. PinkPantheress canta del suo negozio di vestiti preferito, degli amici che non la riconoscono, del dolore anestetizzante di un amore. Lo fa mettendo in mostra tutta la sua estensione vocale: “Non merito di essere così annoiata a 19 anni”.

L’ultimo pezzo del disco, Break It Off, si basa su un sample pitchato di Circles, un pezzo del pioniere della drum’n’bass Adam F, e parla di risveglio emotivo. “Dico sempre che sto bene”, canta, “però poi qualcosa che fai mi fa stare male”. L’uso di quel campionamento ha generato reazioni commosse sui social, soprattutto da parte dei vecchi fan del genere. E però PinkPantheress non ha alcuna intenzione di appropriarsi di quel materiale. Le note del disco sono piene di crediti di classici della musica dance e, dal punto di vista del suono, PinkPantheress ha fatto un lavoro magistrale. Al posto però di sfruttare cinicamente il revival della vecchia musica dance, ha creato qualcosa di originale. La sua scrittura arricchisce quei suoni, non li sminuisce.

Si potrebbe tracciare un parallelo con gli Everything But the Girl, un duo inglese dell’epoca a cui attinge PinkPantheress. Nel loro album del 1996 Walking Wounded, mescolavano drum’n’bass atmosferica con le interpretazioni commoventi di Tracey Thorn. Il risultato era un racconto assieme introspettivo ed euforico, di quelli che si possono provare quando ti senti solo a un rave. Un po’ come to hell with it, che però suona contemporaneo. Invece di far leva slla nostalgia del passato, racconta la disperazione del presente.

«La cosa difficile di chi condivide musica su SoundCloud o Spotify è che la gente deve conoscere un’artista prima prima di ascoltarla», ha detto PinkPantheress. «Su TikTok non ce n’è bisogno, non devi nemmeno avere dei follower».

Sarebbe facile catalogare PinkPantheress come una delle tante star virali prodotte da questo momento culturale. E invece è più corretto osservarla pensando all’era a cui si ispira. Tanto breve quanto ricco, to hell with it ricorda il mondo autentico e aperto che internet prometteva tanti anni fa.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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