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‘Piccole donne’, ovvero come si adatta oggi un grande classico per il cinema

Saoirse Ronan è la Jo March delle nuove generazioni, Timothée Chalamet interpreta come nessun altro il ruolo impossibile di Laurie. E poi il décor, la scrittura, la regia: nel film di Greta Gerwig è tutto perfetto

Saoirse Ronan (Jo March) e Timothée Chalamet (Laurie)

Che Louisa May Alcott si identificasse in Jo March, la sua splendida eroina impegnata a diventare una scrittrice sfidando le imposizioni sociali, è storia della letteratura. Ma nel nuovo adattamento di Piccole donne by Greta Gerwig è impossibile capire qual è il confine tra la regista stessa, Alcott, Jo, la sempre più (bella e) brava Saoirse Ronan e persino Amy March (tra poco ci arriviamo). Gerwig ha esordito alla regia con il racconto di formazione semi-autobiografico Lady Bird (con protagonista Ronan), ma in qualche modo Piccole donne suona ancora più personale.

E non solo perché è fin troppo facile vedere Jo in Greta – attrice-simbolo del cinema indie contemporaneo prima di passare dietro la macchina da presa – o ritrovare l’irresistibile vivacità e la spavalderia di Frances Ha e Mistress America in Saoirse, una forza della natura nei panni del maschiaccio ribelle del romanzo. La Gerwig leggendo Piccole donne c’è cresciuta come e più di molte ragazze, lo confessa nel messaggio al pubblico prima che inizi il film. E l’ha sognato a tal punto da fare pure ricerche sulla vita di Alcott per capirne davvero ogni singolo aspetto ed essere sicura di portarlo nel 2020. Greta si prende anche delle licenze rispetto al materiale: inizia il film con Jo, Meg, Amy e Beth che sono già grandi, alle prese con le pressioni dell’età adulta, e va avanti e indietro nel tempo con flashback della loro infanzia e adolescenza.

È femminista questo Piccole donne? Certo, inevitabilmente, ma di un femminismo pragmatico. In una scena Jo affronta il suo editore, che le dà istruzioni su come impostare la storia se vuole che venga pubblicata: “Fai in modo che breve e audace. E se il personaggio principale è una ragazza, assicurati che sia sposata alla fine. O morta”. Jo si ribella, ma solo fino a un certo punto, cedendo astutamente su alcuni punto in cambio di un ritorno economico e dei diritti d’autore (che poi è esattamente ciò che fece Alcott). In un altro momento Amy, che ha gli stessi sogni di gloria di Jo (vuole diventare una pittrice) ma non lo stesso talento, pronuncia diverse frasi importanti: “Voglio essere la migliore, o niente”, o ancora: “Il mondo è duro con le ragazze ambiziose”. E infine: “Se avessi dei soldi miei, apparterrebbero a mio marito nel momento in cui ci sposiamo. E se avessimo figli, sarebbero suoi, non miei. Sarebbero di sua proprietà”. No, Gerwig non fa nessuna iniezione extra di femminismo pro-MeToo nelle battute, queste sono le parole del romanzo. Semmai la regista dà finalmente a Amy quello che è di Amy, e cioè la stessa profondità e potenza del personaggio di Jo. A interpretarla vuole Florence Pugh (tenetela d’occhio), già star di Midsommar ma assoluta rivelazione nel contrastare la ferocia della Jo di Saoirse Ronan. Guarderete Amy con altri occhi, e non solo per il suo meraviglioso grembiulino di pizzo francese.

Florence Pugh (Amy March) e Timothée Chalamet

Già perché come se non bastassero una scrittura e una regia impeccabili, pure la confezione di Piccole donne è irresistibile: la fotografia, le scenografie, i costumi. Tutto assolutamente perfetto. Così come il casting: se Saoirse Ronan è la Jo March delle nuove generazioni, Timothée Chalamet incarna come nessun altro il ruolo impossibile di Laurie, eroe romantico delle sorelle March, vestendolo di fascino innato, una forte vulnerabilità e una pennellata di weirdo. Quando lui e Ronan sono in scena lo schermo si incendia, la sequenza del rifiuto è strepitosa. Fra la tenera Marmee di Laura Dern e la terribile zia March di una gigionissima Meryl Streep, l’unico neo è la Meg di Emma Watson che, in un ensemble tanto potente, sembra evanescente. Ma ci sta, di passione in questo Piccole donne ce n’è comunque parecchia.

C’era bisogno di un altro adattamento di Piccole donne (è il settimo, solo al cinema), si chiede qualcuno? Sì, e non solo per deliziarci con tutto quell’incantevole décor e un cast da Oscar, ma anche perché è arrivato il momento di consacrare una nuova autrice. Con Lady Bird, Greta Gerwig aveva girato una notevole opera prima, ma è questo il suo capolavoro. E Golden Globe e Oscar vari farebbero meglio ad accorgersene. Non dobbiamo andare per forza alla ricerca di quote rose da mettere nelle cinquine, ma essere sicuri di premiarle quando girano film così.