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Peter Morgan – The Crown

Leggi la recensione della nuova serie di Netflix dedicata alla Regina Elisabetta II su RollingStone.it

C’era una ragazza che sognava di vivere in campagna insieme all’adorata famiglia, i cani e i cavalli. Ma questa ragazza – di nome fa Elisabeth – ha un piccolo problema: è figlia del Re d’Inghilterra. Non solo: è la primogenita, erede della Corona. Quando il suo adorato papà, Giorgio VI, muore a 56 anni per un tumore, la responsabilità di regnare su un bel pezzo di mondo (tra Commonwealth e protettorati) e avere a che fare con personaggi come Winston Churchill – ingombrante Primo ministro, che dice cose come “la gente dice che sono un mostro, ma ci voleva un mostro per sconfiggere Adolf Hitler” – ricade su di lei, Elisabeth: da adesso, per tutti e per sempre, Elisabetta II.È questa la premessa di The Crown, prima serie inglese prodotta da Netflix, scritta da Peter Morgan (The Queen, Frost/Nixon) e diretta da Stephen Daldry (The Hours, Billy Elliot). La domanda che una persona di sentimenti democratici potrebbe farsi prima della visione è: ma cosa me ne può fregare delle vite dei reali inglesi? Personaggi difficili da prendere sul serio, oggi considerati inutili, poco più che pittoreschi: come la corrida spagnola, o la gondola veneziana. Quando i Sex Pistols hanno villaneggiato Elisabetta in God Save The Queen, nel 1977, quasi tutti, più o meno segretamente, hanno goduto.Però. Sarà per la produzione sfarzosa, la scrittura raffinata, l’attenzione al dettaglio, o una recitazione straordinaria – tra i tanti, la protagonista Claire Foy, grandiosa nel mostrare la natura fragile eppure risoluta della neosovrana, prigioniera della sua solitudine shakespeariana; Jared Harris, il migliore di tutti come Giorgio VI, il Re dolente al pensiero di scaricare sulla figlia il peso che lui stesso aveva accettato con riluttanza; John Lithgow, americano chiamato al compito impossibile di impersonare il più grande oratore del XX secolo, Churchill, verso la fine della sua vita caricatura di se stesso tra sigaro, cagnetto e acciacchi vari. Sarà per tutto questo, ma The Crown si rivela avvincente come un thriller e riesce nell’impresa non facile di farci appassionare alle esistenze di questo strano tipo di essere umano in via di estinzione. Non solo: Elisabetta, di cui oggi vediamo solo i colori vivaci, i cappelli strambi e l’aspetto da nonnina (pronta a mordere), esce da questa serie come qualcuno che ha saputo attraversare la Storia con un’innegabile, inaspettata grazia.

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C’era una ragazza che sognava di vivere in campagna insieme all’adorata famiglia, i cani e i cavalli. Ma questa ragazza – di nome fa Elisabeth – ha un piccolo problema: è figlia del Re d’Inghilterra. Non solo: è la primogenita, erede della Corona. Quando il suo adorato papà, Giorgio VI, muore a 56 anni per un tumore, la responsabilità di regnare su un bel pezzo di mondo (tra Commonwealth e protettorati) e avere a che fare con personaggi come Winston Churchill – ingombrante Primo ministro, che dice cose come “la gente dice che sono un mostro, ma ci voleva un mostro per sconfiggere Adolf Hitler” – ricade su di lei, Elisabeth: da adesso, per tutti e per sempre, Elisabetta II.

È questa la premessa di The Crown, prima serie inglese prodotta da Netflix, scritta da Peter Morgan (The Queen, Frost/Nixon) e diretta da Stephen Daldry (The Hours, Billy Elliot). La domanda che una persona di sentimenti democratici potrebbe farsi prima della visione è: ma cosa me ne può fregare delle vite dei reali inglesi? Personaggi difficili da prendere sul serio, oggi considerati inutili, poco più che pittoreschi: come la corrida spagnola, o la gondola veneziana. Quando i Sex Pistols hanno villaneggiato Elisabetta in God Save The Queen, nel 1977, quasi tutti, più o meno segretamente, hanno goduto.

Però. Sarà per la produzione sfarzosa, la scrittura raffinata, l’attenzione al dettaglio, o una recitazione straordinaria – tra i tanti, la protagonista Claire Foy, grandiosa nel mostrare la natura fragile eppure risoluta della neosovrana, prigioniera della sua solitudine shakespeariana; Jared Harris, il migliore di tutti come Giorgio VI, il Re dolente al pensiero di scaricare sulla figlia il peso che lui stesso aveva accettato con riluttanza; John Lithgow, americano chiamato al compito impossibile di impersonare il più grande oratore del XX secolo, Churchill, verso la fine della sua vita caricatura di se stesso tra sigaro, cagnetto e acciacchi vari. Sarà per tutto questo, ma The Crown si rivela avvincente come un thriller e riesce nell’impresa non facile di farci appassionare alle esistenze di questo strano tipo di essere umano in via di estinzione. Non solo: Elisabetta, di cui oggi vediamo solo i colori vivaci, i cappelli strambi e l’aspetto da nonnina (pronta a mordere), esce da questa serie come qualcuno che ha saputo attraversare la Storia con un’innegabile, inaspettata grazia.

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