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‘McCartney III’ è il disco di «un contadino che suona la chitarra»

Non è l'album di una leggenda, ma di un padre di famiglia che approfita della quarantena per suonare tutti gli strumenti e scrivere canzoni su amori pastorali, un misto fra 'Ram' e 'Folklore'

Paul McCartney in versione one man band nel 2020

Foto press

Ogni decennio dovrebbe aprirsi con un disco suonato per intero da Paul McCartney, questo più di ogni altro. McCartney III porta avanti la tradizione dei dischi casalinghi di Paul, nello stile del debutto acustico del 1970 e delle stranezze synth-pop di McCartney II. Come i due precedenti, l’album mostra il lato giocoso di Macca. Non è il disco di una leggenda, di un genio o di un Beatle, ma di un padre di famiglia che approfitta del lockdown per rilassarsi e scrivere canzoni per tenere viva la creatività. È l’album della quarantena più caldo e intimo dell’anno, un misto tra Ram e Folklore.

Come chiunque altro, anche Macca è stato in lockdown. L’ha passato nella sua fattoria con la figlia e i nipoti seduti sulle ginocchia, suonando la chitarra acustica sotto il sole dell’estate inglese. Ha scritto, suonato e prodotto praticamente ogni cosa di McCartney III, riempiendo il disco del suo tipico fingerpicking folk.

Negli anni ’70 uno dei musicisti degli Wings l’aveva definito «un contadino che suona la chitarra», una frase che descrive perfettamente anche l’atmosfera di questo disco. La musica di Paul non aveva un suono tanto rustico dagli esordi solisti, da Mary Had a Little Lamb a Mull of Kintyre. Quando canta di capre e galline, si riferisce agli animali in carne e ossa, non sono metafore.

McCartney III dà il meglio quando il musicista imbocca con più decisione la strada del disco solista acustico. Inizia con la splendida Long Tailed Winter Bird, in cui il canto è preceduto da due minuti di introduzione di chitarra acustica. Ci sono anche la ballata yacht rock Women and Wives e Lavatory Lil, un’eccentricità in stile Abbey Road.

McCartney ha scritto parecchio di recente. Sono passati appena due anni dall’eccellente Egypt Station, uno dei suoi migliori album solisti. Conteneva le meditazioni per chitarra alla Alex Chilton di Dominoes, uno dei dieci migliori brani di sempre. Egypt Station è arrivato al primo posto in classifica e non penisate neanche per un attimo che a Macca non importi. Un suo album non andava così bene dai tempi di Tug of War del 1982: non era mai passato tanto tempo fra due suoi dischi arrivati al numero uno in classifica.

McCartney III non è ambizioso quanto Egypt Station. Proprio come i due album titolati McCartney che l’hanno preceduto, è un disco inciso con un senso di spontaneità rigenerante dopo un impegnativo progetto in studio. I momenti meno riusciti sono quelli in cui gli arrangiamenti si riempiono di sintetizzatori e suoni rock.

Il picco del disco è rappresentato da The Kiss of Venus, una canzone d’amore pastorale che sembra una versione aggiornata di Mother Nature’s Son, mentre Paul tocca note altissime con la sua voce meravigliosamente consumata dal tempo. L’album si chiude con Winter Bird / When Winter Comes, una storia di vita in campagna. All’inizio sembra l’elenco dei compiti di un contadino – “Devo scavare una fossa vicino al campo di carote” – per poi trasformarsi in una celebrazione della vita famigliare, con due vecchi amanti che si scaldano al fuoco del camino, la qual cosa dà alla canzone una forza emotiva sorprendente. È una specie di lato B di When I’m Sixty Four scritto dalla prospettiva di un uomo di 78 anni.

In McCartney III il maestro non se la prende con l’arrivo dell’inverno. Lo prende come scusa per rilassarsi e sorridere.

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