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‘One Night in Miami…’, Regina King fa la Storia black tra realtà e immaginazione

Il debutto alla regia dell'attrice prova a ricostruire cosa sia successo tra le quattro icone afroamericane durante la storica reunion nel 1965 e regala del super materiale ai suoi quattro attori

Aldis Hodge, Eli Goree e Leslie Odom Jr. in 'One Night in Miami'

Foto: Patti Perret/Amazon Studios

Avrebbe dovuto essere una festa. In una mite notte a Miami, nel febbraio del 1964, quattro amici – Malcolm X, Cassius Clay, Jim Brown e Sam Cooke – si riuniscono in una stanza modesta di un hotel black-friendly, evitando il più lussuoso (e più bianco) Fountainbleau nelle vicinanze. L’occasione è la vittoria a sorpresa del titolo mondiale dei pesi massimi da parte del 22enne Clay su Sonny Liston. Il vizio del gruppo: una vaschetta di gelato. Alla porta, uomini della Nazione dell’Islam fanno la guardia a questo incontro di celebrità nere della metà del secolo. Dall’altra parte della strada, pure una coppia di uomini bianchi sconosciuti sorveglia e raccoglie informazioni. Il tormentato e diffidente Malcolm, scosso dai continui conflitti con il movimento islamista radicale dei neri americani, è l’organizzatore del party. Da qui la mancanza di alcol e donne, che comunque non serviranno per far montare le gioie e gli attriti che definiscono quella notte.

In parte perché, come abilmente drammatizzato da One Night in Miami… di Regina King (disponibile in streaming su Amazon Prime Video dal 15 gennaio), la serata si fonda su un altro complicato trionfo per Malcolm (interpretato da Kingsley Ben-Adir) e Cassius (Eli Goree). Il pugile, che presto sarà conosciuto come Muhammad Ali, ha deciso di convertirsi all’Islam ed è pronto ad annunciarlo al pubblico. La figura politica inquieta che gli ha fatto da mentore, nel frattempo, sente che sta per andarsene… in un modo o nell’altro. A questo punto, Malcolm ha già chiamato gli uomini bianchi “diavoli” ed è stato pubblicamente rimproverato per le sue imprudenti osservazioni sull’assassinio di John F. Kennedy. Pensa che il gioco sia finito. Chiama la sua famiglia da un telefono pubblico, perché sospetta che l’hotel possa essere sotto controllo. Ha programmato il suo viaggio alla Mecca e il suo divorzio dalla Nazione e dal suo leader, Elijah Muhammad. Ha iniziato a incontrare il giovane scrittore Alex Haley, facendosi intervistare per quella che diventerà l’Autobiografia di Malcolm X, uno sforzo, si intuisce da questo film, fatto con l’urgenza di un uomo che sente di avere poco tempo.

E ha ragione. One Night in Miami… è ambientato quasi un anno prima che Malcolm venga ucciso di fronte alla sua famiglia e ai suoi sostenitori all’Audubon Ballroom di Harlem. È anche un anno prima che Jim Brown (Aldis Hodge) si ritiri da una brillante carriera nella National Football League con i Cleveland Browns per diventare un attore. Anche Cooke (Leslie Odom Jr.) è nel bel mezzo di una trasformazione. Il cantante si sta allontanando dai brani sentimentali, orecchiabili ma poco impegnati come Cupid per spostarsi verso la protesta lirica e consapevole di A Change Is Gonna Come, un pezzo che sarebbe stato pubblicato, solo come lato B, giorni dopo la sua morte nel dicembre 1964. (A posteriori, pare dolorosamente appropriato, data la collisione di circostanze immaginata dal film di King, che nel canonico Malcolm X di Spike Lee si senta il capolavoro postumo di Cooke – una preghiera travestita da inno – per accompagnare la sua figura iconica verso la morte imminente al culmine del film.) Parliamo di roba grossa, pesante e con un assurdo senso del destino.

One Night in Miami… è intrigante e coinvolgente da questo punto di vista, un mix emozionante ed efficace di Storia e invenzione, con fatti accuratamente rivisti per aggiungere peso e immaginazione a ciò che noi non possiamo sapere. È vero che i quattro si sono riuniti all’Hampton Hotel a Miami per celebrare la vittoria di Clay. Anche il gelato è documentato; così come il fatto che la svolta tardiva di Cooke verso una concezione dell’arte più apertamente politica sia stata provocata, in parte, dal fatto che il Re del Soul abbia ascoltato Blowin’ in the Wind di Bob Dylan.

Ma il film utilizza questi fatti come incursioni in un racconto romanzato di ciò che è accaduto dietro le porte di quella stanza d’albergo. Adattando la sua omonima pièce teatrale del 2013, Kemp Powers si serve di ciò che sappiamo: le posizioni politiche (e, soprattutto, le differenze) di questi personaggi, il cameratismo, il comune senso di responsabilità nell’essere voci nere di spicco in un periodo violento e di cambiamento. E fa di tutto per immaginare e dettagliare tutti i conflitti che potrebbero essere sorti da queste pressioni. (Con l’uscita di Soul, Powers è diventato il primo regista nero a co-dirigere un film della Pixar, e pare proprio che sarà uno dei nomi dei prossimi Oscar.) Per un film tratto da uno spettacolo teatrale che si svolge tutto in una stanza, One Night in Miami… è una resa dinamica e loquace di una battaglia ideologica pura e contingente.

Regina King e Kingsley Ben-Adir sul set. Foto: Patti Perret/Amazon Studios

C’è la Nazione dell’Islam, oltre alle controverse dichiarazioni di Malcolm in pubblico e alle spaccature automatiche che da sole possono pesare in quel particolare momento della storia in una stanza piena di uomini neri. C’è la minaccia che Malcolm, meravigliosamente sfumato da Ben-Adir, sembra percepire da ogni parte tranne che in quella stanza. C’è il problema del capitale nero e dell’indipendenza finanziaria dal mainstream bianco, il secondo dei quali, per alcuni di loro, è un male necessario che vale la pena affrontare e utilizzare per raggiungere il primo. C’è l’inevitabile dibattito sulla loro posizione di spicco e su cosa significhi per ciò che possono fare per servire l’America nera. E, ovviamente, quel dibattito diventa personale: riporta a galla i difetti e i fallimenti di ognuno, di tutte le cose che hanno fatto, o devono ancora fare, o non sanno come fare.

Tutto poggia – a parte alcune scelte un po’ stucchevoli e deviazioni più noiosette – sulla direzione perspicace e senza distrazioni di King, davvero un successo per l’attrice al suo debutto da regista. Sa quando e come inserire nel film momenti di stile ed energia che stimolano mente ed emozioni. Il racconto di un’esibizione di Cooke a Boston – in realtà una parabola sul potere del cantante di spingere le masse nere all’azione – si basa su una grande scelta di sound design che esalta la narrazione con commovente grandiosità.

Intanto ogni protagonista ha i suoi momenti, anche di solitudine, all’interno della cornice; attimi in cui per esempio, a metà del dibattito, uno di loro si guarda nello specchio del bagno e, stando lì fermo, sembra implodere di domande. Un acuto senso di quello che è l’impatto pubblico rispetto alla libertà privata fa da corrente sotterranea a tutto ciò che è in gioco fin dalla scena di apertura del film, ed è efficace, se anche nel modo in cui ci si potrebbe aspettare. Sorprende invece come quelle immagini pubbliche – il quadro storico e documentato su cui si basa l’intero film – sembrino sostenere la maniera in cui questi amici intimi si vedono e si capiscono. Va oltre il sottolineare le contraddizioni ironiche di ogni uomo; quando litigano, passando dalla camera d’albergo al tetto dell’hotel, al parcheggio e, infine, a un bar locale, discutono tanto tra loro quanto sulle nostre idee più generali su chi è ognuno. Anche se si conoscono a vicenda come nessuno di noi potrebbe, le loro sensazioni sono pesantemente condizionate dalle impressioni pubbliche.

Il cast di ‘One Night in Miami’. Foto: Amazon Studios

Succedono così tante cose in quella stanza che il film, nonostante l’abilità della scrittura e la cura della regia, non può soddisfare completamente o impegnarsi in ogni conflitto politico e personale che porta in primo piano. Quando Jim Brown fa notare che Malcolm X, come alcuni intellettuali politici neri prima di lui, ha beneficiato dell’essere di carnagione più chiara, ha senso desiderare che il film vada in quella direzione. Eppure la sensazione di stenografia qui e altrove fa sembrare che quel discorso faccia parte di una conversazione in corso, e che non sia qualcosa di limitato alla catalogazione di questo racconto romanzato. È una questione ben più ampia e di cui si è già parlato, come se non fosse proprio la prima volta che qualcuno ha buttato lì la cosa a Malcolm: il suo atteggiamento difensivo suggerisce intelligentemente che ha dell’autocritica da fare.

Sono gli attori che per molti versi fanno il film. Il Jim Brown di Hodge è straordinariamente divertente, ha i modi e nei momenti giusti; è anche incontenibile e temibile come vorresti che fosse. Il Cassius Clay di Goree ci ricorda brillantemente quanto fosse giovane in quel momento, con la conversione all’Islam percepita come un nucleo essenziale nella sua maturità politica. Anche Odom è fantastico, nessuna sorpresa; il suo Sam Cooke è sensibile e orgoglioso, carismatico, in conflitto, ferito. Così come lo è, sorprendentemente, Malcolm X nell’interpretazione di Ben-Adir, che, in contrasto con la presenza caparbia e prepotente immortalata da Denzel Washington nel film rivoluzionario di Lee, qui è diffidente, disperato, spaventato, allo stremo delle forze – e per questo molto più memorabile e umano.

Kingsley Ben-Adir è Malcom X. Foto: Patti Perret/Amazon Studios

La sua è la performance su cui poggia tutto il tema dell’immagine pubblica, perché sua è la reputazione più potentemente controversa. One Night in Miami… è un atto di immaginazione. Non reinventa la storia, ma la illumina e la chiarisce. E, nel frattempo, commuove e diverte.

Da Rolling Stone USA