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Non sottovalutate Liberato e la colonna sonora di ‘Ultras’

Pubblicata a sorpresa di notte, come una diretta di Giuseppe Conte, la nuova musica di Liberato è un concept sulla Napoli più cupa, più vicina al dancefloor internazionale che alle atmosfere di ‘Nove Maggio’

Liberato e Francesco Lettieri non escono mai dalla tana per caso. Se lo fanno, è perché si tratta di una mossa già ampiamente progettata, inserita all’interno di un concept complesso, che alzi la fatidica “asticella” dei risultati. Per questo, quando era arrivata la notizia che avrebbero collaborato (ed era inevitabile) nella realizzazione di Ultras, l’uno alle musiche e l’altro dietro la cinepresa, c’era da aspettarsi l’ennesimo colpaccio. E così è stato da subito per il regista, con un film che è più di un semplice videoclip di un’ora e mezza, ma che si è comunque preso complimenti, in primis, per colonna sonora e relativi piani sequenza – da anni piatto forte della casa. Si è detto: belle ed azzeccate le canzoni non originali (Pino Daniele, Lucio Dalla), interessanti quelle inedite. Ma forse, finora, un po’ sottovalutate.

E allora, con tempistiche à la Conte (cioè di notte, e senza preavviso), fra domenica e lunedì Liberato ha lanciato un disco con i 14 brani inediti che ha composto per l’occasione. E qui, anzitutto, vanno fatte un paio di precisazioni. Primo: al di là di quanto la lunghezza dell’opera possa far pensare, si tratta a tutti gli effetti di una OST e non di un album “a sé stante”; il che significa che, per essere vissuto appieno, il lavoro va ascoltato come un concept in relazione al film e alle atmosfere cupe della Napoli che racconta. Secondo: in ogni caso, queste canzoni rappresentano è un passo avanti decisivo per l’artista partenopeo, in direzione ormai distante dagli esordi di Nove maggio.

Perché ciò che colpiva di più dell’LP LIBERATO, in effetti, era proprio l’eterogeneità. Da una parte i brani che avevano segnato l’ascesa del personaggio dal 2017 al 2019 (Tu t’e scurdat’ ‘e me, Intostreet), frutto di un incrocio fresco fra trap, itpop e tradizione partenopea (perché no: anche neomelodica); dall’altra, gli inediti veri e propri, devoti all’elettronica più spinta e alla tech-house (Tu me faje ascì pazz). E, vuoi per l’imponenza dei classici, vuoi per un mancato approfondimento di questo secondo percorso, gli ultimi arrivati aprivano una strada senza farla davvero poi percorrere all’artista. Ecco: a un anno di distanza, finalmente, Ultras ci regala il Liberato più da dancefloor e internazionale, stavolta in versione completa.

Sarà che gran parte del nuovo lavoro gioca sulle strumentali, ma ora sembra di trovarci fra le mani tanti eredi della fortunata (ma isolata) Me staje appennenn’ amò, seppur con molte più sfumature. A una malinconica Rione Terra, che parte eterea e notturna con gocce di pianoforte e finisce ferita dai colpi dei synth insieme alla pseudo-industrial Luntan’, rispondono, per esempio, i giochi di sintetizzatore in escalation del trittico (ah) Grazia, Graziella e Graziocazz, che trovano sfogo in un incastro scuro e asfissiante di pulsazioni. Per quanto, comunque, il vertice del progetto è in Vien’ ccà (part. 1), che si slaccia dalla forma-canzone tradizionale verso un’orgia house di cassa dritta, vocoder e suoni jungle. Una zarrata da club sopraffina, insomma, impossibile da non ballare almeno quanto le gemelle arroganti di Cchiù fort’, ‘A mamm’ e chi ‘nnallucc’. Insieme, segnano la faccia più sorprendente della produzione: quella tutta groove, schiamazzi, e sound sintetici.

E Napoli? Al di là del dialetto – che, quando chiamato in causa, tanto bene si presta alle metriche, prima ancora che agli arrangiamenti – la tradizione partenopea c’è ancora, ma stavolta è destrutturata, resa liquida su un impianto che, potenzialmente, guarda all’Europa. Al di là di una Funiculì funiculà riletta in chiave elettronica, infatti, la vera benedizione arriva dalle mani di 3D dei Massive Attack, con cui Liberato collabora (ed è un incontro da segnarsi nel curriculum) nell’instant classic We come from Napoli e in O core nun tene padrone. Ne escono due inni – che riprendono i cori da stadio e, in generale, la natura street del film – dedicati al Napoli e con una scrittura abbastanza classica, ma che soprattutto aprono a un’inedita direzione trip-hop a gomiti altissimi, internazionale anche più della tech-house dell’altro gruppo di brani. E, in entrambi i casi, parliamo comunque di ibridi davvero rari in Italia, che possono avere un grande potenziale anche all’estero, facendo ben sperare anche per il futuro (e chissà che il feat. non aiuti…).

“Liberato canta ancora” era lo slogan per ogni volta in cui pubblicava un pezzo. “E facci anche ballare”, viene da dire adesso. Perché dei riff solari e delle voci pitchate di Tu t’e scurdat’ ‘e me questa OST si porta dietro molto, ma fa vedere pochissimo. Le atmosfere della Napoli che canta ora Liberato vanno a braccetto con Ultras (il film): scure, notturne, liquide ed elettroniche, coscientemente molto più zarre e da dancefloor, se non proprio violente. Era una strada che si poteva intravedere già da prima? Assolutamente, specie visti gli inediti di LIBERATO. Che però una virata così decisa potesse venire dalla colonna sonora di un film, questo sì, è una sorpresa. Ma del resto, dicevamo, Liberato non si muove mai solo per cazzeggiare.

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