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No, ‘Secret Team 355’ non è il Bond al femminile che stavate aspettando

Un super cast (Jessica Chastain, Penélope Cruz, Lupita Nyong’o, Diane Kruger) e tante buoni intenzioni femministe non bastano a confezionare un action risaputo e pasticciato
1.5 / 5

Nessuno sa il vero nome di quella donna. La sua identità è stata tenuta segreta di proposito. Ma è nota come Agente 355, e si sa che ha prestato servizio sotto George Washington in quella che è passata alla Storia come Revolutionary War. Alcuni studiosi ritengono che sotto il nome in codice di questa figura misteriosa si celasse Anna Strong, la moglie di un comandante dell’esercito. Altri pensano che fosse una donna dell’alta società newyorkese che diede una mano al Culper Ring, il circolo di spie vicino allo stesso Washington. Chiunque sia stata, l’Agente 355 è una leggenda per tutti gli esperti di spionaggio. La sua abilità nel comunicare di nascosto informazioni riservate contribuì alla liverazione di un grandissimo numero di colonie dalla tirannia. Tiè, Mata Hari!

Jessica Chastain cita questo enigma verso la fine di Secret Team 355, dopo che abbiamo già assistito ai moltissimi combattimenti e fughe dell’agente della CIA che interpreta (e che deve proteggere il mondo dalla solita minaccia di una Terza guerra mondiale). È un interessante indicatore nei confronti di noi spettatori del perché da due ore stiamo vedendo questo film; e del perché sul poster del film con le star di turno nella solita posa “non rompeteci il cazzo” c’è, appunto, un numero come titolo (l’originale è semplicemente The 355, ndt). Questo gruppo di cazzutissime agenti segreti – una ci tiene a dirci subito che non è un’agente bensì una “terapista”, ma vabbè – devono ovviamente il ragazzo di turno, laddove per ragazzo oggigiorno s’intende ovviamente “cattivo ragazzo”. Sono stufe del fatto che la loro femminilità venga usata come strumento a loro svantaggio, da parte dei cattivi da combattere ma anche dei loro colleghi e superiori. Perciò, in onore a quella spia suddetta, hanno deciso di ribattezzarsi col numero 355. La comunità globale di trafficanti, ricconi corrotti e patriarcato assortito può solo tremare…

In un mondo giusto, agli spettatori dovrebbero essere dati dei crediti universitari per aver scoperto quella pagina di Storia americana: almeno questo blockbuster che ambisce a diventare una saga action servirebbe a qualcosa. Le intenzioni di Secret Team 355 sono più che buone, visto che è stato prodotto da una che è anche un’attivista, oltre che un’attrice. Chastain qui non è solo la capa del team che sferra calci e pugni, la sua società Freckle Films ha anche finanziato il progetto, e la star di Zero Dark Thirty è da sempre una testimonial in prima linea nella lotta per la parità nell’industria cinematografica. In origine, Chastain condivise l’idea di uno 007 a cromosoma XX al regista Simon Kinberg quando i due lavorarono insieme a X-Men: Dark Phoenix (ci scusiamo per avervi ricordato l’esistenza di questo film). L’esito però è un assemblaggio di idee piuttosto vago e goffo. Certo, Chastain fa di tutto per essere un’ipercinetica action hero, così come le sue colleghe. Ma no, questo questo non è il Bond al femminile che stavate aspettando.

Un’arma cybertecnologica concepita per distruggere qualsiasi cosa, dal software che pilota un areo all’impianto elettrico di un’intera città, viene rubata da un agente colombiano (Edgar Ramírez) durante un raid nella villa di un narcotrafficante. Due agenti della CIA, Mason “Mace” Browne (Chastain) e il suo partner Nick (Sebastian Stan), sono inviati a Parigi per incontrare l’uomo, con cui scambiarsi il dispositivo in cambio di soldi e protezione. In modo del tutto inspiegabile, Graciela (Penélope Cruz), un’analista dell’Intelligence colombiana — la quale, lo ripetiamo, ci tiene a ripetere che non è un’agente, ma una terapista! – salta fuori per prestare il suo consiglio al suo connazionale. Sulle tracce del dispositivo c’è anche Marie Schmidt (Diane Kruger), un’agente di stanza a Berlino con un grosso chip sulla sua spalla.

Dopo un lungo inseguimento per le strade della Ville Lumière, Nick finisce “missing in action”. Quindi Mace va a Londra alla ricerca della vecchia amica/ex agente del MI6 di nome Khadijah (Lupita Nyong’o), ora esperta di cyberterrorismo. Ingaggia la vecchia socia per localizzare l’arma, il parner disperso e la misteriosa tedesca che si è messa in mezzo. Il solito intrigo spia-contro-spia ha inizio. Ma alla fine le quattro donne finiscono per allearsi, consegnare il dispositivo al capo di Mace e bersi una birra tutte insieme. Se solo non ci fossero altri nemici pronti a farsi avanti…

La donna alpha piena di rancore, l’esperta di hi-tech, il cane sciolto, la persona qualunque che finisce nell’intrigo: ci sono tutti gli archetipi del caso, e attrici di grande talento a interpretarli. E c’è un genere cinematografico che non ha mai reso giustizia alle donne, e che qui viene smontato (non senza però inserire l’immancabile scena con le nostre eroine vestite da femme fatale). Il fatto che il copione, scritto da Kinberg con Therese Rebeck e Bek Smith, possa essere talvolta impacciato – il massimo insulto che viene rivolto a un uomo megalomane è “Sei stato battuto da un gruppo di ragazze” – non significa che l’idea alla base non sia ben comunicata. (Altrimenti detto: quando una delle agenti dice che James Bond non ha mai dovuto smazzarsi tutte le cose di cui si devono occupare loro, un’altra replica “Sì, ma James Bond alla fine è rimasto da solo”.)

Ma il risultato finale è solo una sequela di caos, urla, ben poca tensione e uno spreco di talenti. Quando, verso la fine, arriva anche Fan Bingbing (solo per attrarre i ricchi mercati asiatici, aggiungiamo noi), l’unico commento possibile è: ecco un’altra attrice che avrebbe meritato di più. C’è, in generale, un enorme spreco di potenziale. Una volta superato il climax della missione in questione, ci viene suggerito che questo potrebbe essere solo l’inizio delle avventure di Mace & Co. Ma se i capitoli futuri saranno uguali a questo, tanto vale mandare in pensione l’Agente 355 immediatamente.

Da Rolling Stone USA

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