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Nine Inch Nails, ‘Ghosts V’ e ‘VI’ sono la colonna sonora di un mondo in crisi

Trent Reznor e Atticus Ross hanno pubblicato due raccolte, una di musica confortante e l’altra che fotografa l’ansia che viviamo in questo momento
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Sono passati 12 anni da quando i Nine Inch Nails hanno pubblicato Ghosts I-IV, una suite di antiquariato strumentale. Nel frattempo, Trent Reznor e Atticus Ross hanno trasformato i collage sonori in un marchio di fabbrica. Due anni dopo hanno firmato la colonna sonora di The Social Network di David Fincher premiata con un Oscar e un Golden Globe, e hanno scritto musiche per una dozzina di film e serie tv. In alcune interviste, Reznor ha detto che lavorare agli album dei Nine Inch Nails – come i più recenti e rabbiosi Add Violence e Bad Witch – era un bel momento di tregua dall’attività quotidiana di chi produce musica per film.

Per questo, è interessante capire quanto Ghosts V: Together e Ghosts VI: Locusts suonino diversi dai dischi che li precedono. Mentre le 36 tracce di I-IV sembravano pura sperimentazione – Reznor ha spiegato che l’obiettivo di quel progetto era comporre, registrare e mixare una canzone al giorno, spesso nata osservando fotografie – V e VI sembrano più ponderati. Le tracce dei primi capitoli avevano nomi generici (34 Ghosts IV, ad esempio, la canzone da cui viene il sample di Old Town Road) e non erano collegate una con l’altra. Quelle di V e VI, invece, hanno titoli descrittivi e sembrano citarsi reciprocamente.

Reznor e Ross hanno pubblicato i dischi con l’idea di far distrarre la gente dalla pandemia di coronavirus e offrire la colonna sonora del distanziamento sociale. Per questo, i due volumi rappresentano diversi stati d’animo. “Ghosts V: Together è per quando va tutto bene”, hanno scritto, “e Ghosts VI: Locusts… beh lo capirete da soli”.

Ghosts V si concentra principalmente su gentili atmosfere ambient. Come molta della musica di I-IV, deve molto a Brian Eno e ad Angelo Badalamenti, il compositore della colonna sonora di Twin Peaks, ma ci sono abbastanza dissonanze da farlo suonare molto “reznoriano”. Le canzoni sono spaziose e piene di rumori delicati, sussurri e droni che lentamente evolvono e completano splendide partiture di pianoforte.

Gli archi di Out in the Open suonano quasi come musica sacra (con un tocco di Badalamenti) e Your Touch ha atmosfere ariose e trasparenti che sembrano crollare all’ingresso di un synth prog a 8 bit. Il miglior pezzo del disco, e quello più tradizionalmente Nine Inch Nails, è l’ultima Still Right Here, che per tutti i 10 minuti di durata ricorda i suoni dei primi dischi del gruppo, Pretty Hate Machine e Broken. Non ci sono mai chitarre metal (come in I-IV) e questo rende l’album un ascolto in larga parte sereno. Seguendo l’esempio di Brian Eno, potremmo definirlo Music for Avoiding Airports.

La musica si fa decisamente più oscura in Ghosts VI, il che, ovviamente, lo rende il più interessante dei due album. Si apre con un pianoforte ripetuto – più o meno come faceva Bill Murray per innervosire gli spiriti in Ghostbusters – della traccia The Cursed Clock, ma ci sono abbastanza variazioni da farla assomigliare a musica classica minimalista. Il brano seguente, Around Every Corner, trasforma quel giro di piano in jazz atonale e aggiunge una tromba polverosa che starebbe bene in un film di Philip Marlowe. When It Happens (Don’t Mind Me) vibra con potenti accordi di dulcimer, come un incubo dei Dead Can Dance. Run Like Hell combina atmosfere trip-hop con fiati da film noir e Another Crashed Car tiene insieme l’industrial con suoni di telefono tipo musique concrète. Your New Normal (titolo particolarmente azzeccato) è piena di quella tensione che è sempre stata il cavallo di battaglia di Reznor.

A differenza delle prime raccolte intitolate Ghosts, questi album sembrano vere e proprie dichiarazioni artistiche. Quando Reznor e Ross li hanno annunciati, sembrava li avessero finiti in fretta (“Abbiamo deciso di lavorare fino a tarda notte e completare questi album per restare sani di mente”, hanno scritto), ma in qualche modo suonano più ragionati e completi dei volumi precedenti. È confortante e allo stesso tempo inquietante scoprire come si sviluppa questa musica, ma del resto le opere migliori dei Nine Inch Nails nascono quando Reznor passa un po’ troppo tempo da solo nell’oscurità.

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