Home Recensioni

Natalie Prass, una voce contro gli “afferra-fiche”

Un album ricominciato da zero, lontano dalle sonorità del passato ma ricco di groove come rimedio all'epoca buia di Trump.

Natalie Prass, foto stampa.

Trump sta incasinando il mondo, ormai solo i ciechi, sordi e Maurizio Gasparri non se ne rendono conto (qualche dubbio per Gasparri). Una cosa buona, però, la sta facendo: mettere in discussione gli artisti e le loro produzioni. Perché una cosa è mandare un messaggio all’umanità sotto forma di disco durante la (tutto sommato) illuminata epoca Obama. Un’altra è farlo sotto l’era dell’Arancione. Così come, per restare in Italia, una cosa era farlo sotto Renzi, l’altra… no, scusate, il parallelo non regge.

Natalie Prass, 32enne cantautrice di bellissime speranze da Richmond, Virginia, aveva bello e pronto il suo secondo album (dopo l’ottimo, omonimo esordio del 2015) quando si è ritrovata con il morale sotto i tacchi dopo le elezioni del 2016, quelle appunto che hanno visto l’inaspettata vittoria di The Donald. E allora ha preso una decisione difficile: buttare via tutto, e riscrivere il disco. Con un duplice scopo: affermare la propria femminilità in un mondo di “afferra-fiche” (cit.) che salgono al potere. E ripigliarsi un po’, ritmicamente parlando. E insieme a lei, tutti quelli che avrebbero ascoltato il disco.

The Future and the Past è il frutto di questo processo, e riesce alla grande nel suo intento. Fuori la sofisticata passione neo-soul degli esordi, tutta archi e corni, dentro un groove anni ’80 che sperimenta lungo i confini di R&B e pop. Come il singolo danzereccio Short Court Style (nemmeno la stessa Prass riesce a stare ferma nel video); Sisters, inno femminista istantaneo “I want to say it loud / for all the ones held down / we gotta change the plan”; o Lost, una ballata dalla precisione emozionale impressionante.

Nel complesso, insomma, questa nuova Prass ci piace molto: più immediata, più spontanea. Ascoltandolo, è difficile pensare a un’origine tanto sofferta. Vuoi vedere che in un lontano futuro si celebrerà questa epoca buia (relativamente, dai) come un momento di grande fermento artistico? Chi lo sa. Ed è forse di consolazione pensare che la stessa cosa, magari, succederà anche in un’ipotetica, ma possibile, Italia futura, guidata da un Salvini o un Di Battista? Pensiamoci un attimo. No, meglio non pensarci.

Leggi anche