Mustafa, la recensione di ‘When Smoke Rises’ | Rolling Stone Italia
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Mustafa dimostra che si può raccontare il ghetto anche con il folk

L’esordio del musicista di Toronto 'When Smoke Rises' è un ritratto assieme delicato e devastante della sua comunità. Niente rap e 808, ma un timbro morbido e raccolto. Difficile restare indifferenti

Mustafa

Foto: Samuel Engelking

Più ascolti Mustafa, più capisci che non c’è alcun contrasto fra le storie di strada che canta e la musica morbida che le accompagna. Metà del suo album di debutto When Smoke Rises è già noto grazie ai singoli, con videoclip che raccontano le storie delle case popolari di Regent Park, il quartiere di  Toronto dov’è nato e cresciuto. In quello di Stay Alive, un ritratto a tinte forti della sua comunità e del suo impegno verso di essa, uomini neri incatenati e incappucciati fanno gesti elaborati di fronte alla telecamera, mentre Mustafa prega per la loro sopravvivenza. «Metti giù la bottiglia, dimmi dei tuoi problemi», canta. «Ti voglio bene, sei la mia famiglia». La musica è folkeggiante, tenera e quieta, e quei video, assieme placidi e ribelli, onorano il suo quartiere con una delicatezza di solito assente nei in racconti smili di comunità povere.

In Stay Alive, uno degli amici di Mustafa, il rapper Rax, racconta quant’è difficile restare a galla. «Mi piace sentire la sua parte. Rax è sempre stato associato alla violenza e ora la gente che non appartiene alla comunità scoprirà che nella sua voce c’è anche tristezza», ha detto Mustafa in un’intervista. Rax è vivo, ma lo stesso non si può dire di tante altre persone vicino a Mustafa, come il rapper Smoke Dawg, che appare con lui sulla copertina del disco, o Ali Rizeig, a cui ha dedicato un singolo. Lungo tutto When Smoke Rises, Mustafa si mette a nudo e racconta quanto soffre per gli amici che non è riuscito a salvare.

Il musicista 24enne cerca di dare un senso ai problemi del suo quartiere sin da quando era bambino. Ha iniziato a farsi notare grazie alle sue poesie a soli 12 anni. In una performance dell’epoca ancora disponibile online chiede: “Perché la gente deve vivere nel terrore? Perché devono dare per scontato che la morte sia vicina?”.

Oggi Mustafa si è evoluto ed è un autore più misurato. Nel disco racconta il dolore in modo assieme forte e minimale. Dalla speranza di aiutare gli amici si passa alla coscienza dell’inevitabilità della morte che diventa rabbia in The Hearse, dove Mustafa trasforma la voglia di vendetta in un’esplorazione interiore: “So cosa c’è in gioco, ma tu ti sei reso speciale”, canta al suo avversario. “Voglio gettare via la mia vita per te”. Il disco scivola nella tristezza mentre Mustafa racconta il suo dolore, se ne appropria e svela il suo ultimo desiderio: riprendersi tutto quello che gli è stato tolto.

La potenza delle confessioni di Mustafa non dipende solo dalle parole. Il suo modo di cantare è semplice ma d’impatto, ascoltarlo è come guardare un campo o il cielo azzurro. In When Smoke Rises, la sua voce è dolce e controllata e perciò i rari picchi emotivi risultano ancora più potenti. Prendete il duetto con Sampha, un’accoppiata perfetta: in Capo passa da una voce roca e quieta al falsetto accompagnato da una linea intricata di pianoforte, come a sottolineare un momento di rottura nel lutto che canta. Sullo sfondo c’è una cascata di sintetizzatori, basso e chitarre leggere, batterie soffici e splendide parti di piano fluttuanti. Tra i collaboratori di Mustafa ci sono alcune tra le menti più brillanti della musica: il super produttore Frank Dukes (Frank Ocean, Drake, Rihanna) è accreditato in tutti i brani, mentre lo spezzacuori James Blake dà il suo contributo in due.

La scelta di Mustafa di raccontare le tragedie del ghetto attraverso il folk è efficace, non solo perché la musica è meravigliosa, ma perché suona inaspettata. Nella musica popolare chi racconta l’orrore, la povertà e la violenza lo fa attraverso rap potente e 808 esplosive. Il disco di Mustafa, ovviamente, è una risposta a quella musica, è influenzato da Nas e Future tanto quanto da Leonard Cohen e Sufjan Stevens.

C’è una linea sottile tra essere poveri nel tuo Paese e diventarlo in terra straniera, la stessa linea che separa la vita e la morte, il successo e l’oblio. Mustafa, come tanti artisti neri prima di lui, ha preso il suo dolore più profondo e l’ha reso pubblico. Nel farlo, ci ha dato un esempio della dolcezza e della cura che la sua comunità merita.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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