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Muse, la svolta pop di ‘Simulation Theory’ è un’illusione

L'ottavo album in studio della band di Bellamy è un viaggio in una realtà virtuale che assomiglia tanto ai nostri anni '80, tra ritmi disco e collaborazioni con produttori mainstream

Ritorno al futuro, Blade Runner, Supercar, colori saturi e vecchi computer. Sembra la lista della spesa dello scenografo di Stranger Things, invece è un elenco delle influenze – più o meno dichiarate – di Simulation Theory. Scritto con metodo e intenzioni opposte rispetto al precedente Drones, un concept apocalittico su un mondo dominato dai droni e dalla guerra, l’ottavo album in studio dei Muse nasce come vera e propria raccolta di canzoni, registrate in studi diversi e con produttori diversi.

«Non avevamo nessuna voglia di buttarci di nuovo in un album così cervellotico, ma non volevamo nemmeno fermarci», ha detto Chris Wolstenholme nell’intervista alla band pubblicata nel nuovo numero di Rolling Stone, «e abbiamo deciso di fare le cose in modo diverso: concerti più intimi, così da stare a casa con le famiglie, e qualche fuga in studio tra una data e l’altra».

Orfano delle distopie di Drones, Simulation Theory è un viaggio in una VR che assomiglia tanto ai nostri anni ’80. E allora, accanto alle tamarrate spaziali tipiche della casa, ecco i ritmi disco, contrappunti d’archi e cori simil-gospel. Una nuova leggerezza che fa bene al suono dei Muse, ma a caro prezzo: Propaganda (prodotta da Timbaland) e Get Up and Fight (con Shellback, tra i collaboratori di Taylor Swift) sono tra i brani più collosi e fastidiosi della discografia della band, e ascoltarli non sarà una bella esperienza per i fan più fedeli.

A livello tematico, invece, la svolta è solo apparente. È vero che Simulation Theory non ha niente dei toni disumani di Drones, come se Bellamy volesse evitare a tutti i costi di parlare di social media e intelligenza artificiale, ma il mondo che descrive è solo un’illusione. «Una fuga dalle news, dalla politica attuale, dalla routine», ci ha detto Bellamy. «Ho scoperto che in questo contesto le perso­ne sono più gentili. Togli di mezzo la realtà, e la gente non vuole più litigare». Se non è apocalisse questa.

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