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‘Mowgli’ è la versione ultra-violenta e troppo digitale delle storie di Kipling


Andy Serkis propone una versione violenta e oscura del ‘Libro della giungla’, ma il suo motion capture geniale non basta per salvare un film pieno di scene dimenticabili

«La giungla è eterna», sussurra una pantera – la seconda pantera nera più carismatica apparsa nelle sale cinematografiche nel 2018, per chi di voi tenesse il conto – al suo “fratellino”, un ragazzo dagli occhi limpidi e dai lunghi capelli neri. Questo felino grosso e minaccioso si riferisce alla casa che gli offre costante sostentamento e rifugio. Ma potrebbe parlare anche dell’infinitamente adattabile collezione di storie di animali e bambini che Rudyard Kipling ha scritto nel 1984: la già nominata Bagheera, l’orso Baloo, il pitone truffatore Kaa e la mortale tigre Shere Khan. E sì, anche il “cucciolo d’uomo” Mowgli – un bambino indiano cresciuto dai lupi e destinato a diventare il ponte tra chi cammina su due gambe e gli animali pelosi che cacciano a quattro zampe. 



Intitolata Il libro della giungla, l’antologia di Kipling rappresenta il meglio dello storytelling avventuroso dell’autore e, allo stesso tempo, il peggio di una certa visione del mondo degli intellettuali del 19esimo secolo. È anche una delle storie più importanti della cultura pop: per una generazione è stata l’epica esotico-colonialista dei fratelli Korda; per un’altra il cartone Disney pieno di canzoni meravigliose; oppure un blockbuster natalizio, o un adattamento in live-action. La versione del maestro del motion capture Andy Serkis, però, rischia di passare alla storia come la vittima di una combinazione di pessimo tempismo, sfortuna, competizione tra studios, ansia da prestazione, trend dell’industria e pessimi accordi contrattuali. Ma c’è una cosa che possiamo dire con certezza dell’interpretazione seria e dura della storia di Mowgli & Co: questo non è Il libro della giungla dei vostri genitori, piuttosto quello dei vostri nonni. 



Mowgli è tanto adatto ai bambini quanto fonte di incubi adolescenziali, e nasce dal tentativo di attenersi al lato più ferale e animalesco dell’originale. Non è il solito revisionismo dark che ha impazzato per l’ultimo decennio: il film inizia con i genitori di Mowgli fatti a pezzi da una tigre, un evento che non è mostrato direttamente ma presentato nel modo più orripilante che esista, ed è solo l’inizio della carneficina. La pellicola è attraversata da una sensazione di “uccidi o verrai ucciso”, ben presente anche quando Mowgli (Rohan Chand) non è attivamente minacciato da Shere Khan (Benedict Cumberbatch). Il film non ti fa mai dimenticare che il suo protagonista è un bambino sperduto in un mondo di creature mortali, un mondo dove anche l’animale più protettivo del branco sa combattere fino alla morte. E non è una metafora. 



In altre parole, il film è una rilettura del Libro della giungla che premia il realismo dei predatori, presentati con talmente tanta CGI da farti pensare: “ma questo filmato viene direttamente da un videogame della Playstation2?”. Anche il doppiaggio delle celebrità è bipolare: la Bagheera di Christian Bale (che per il ruolo si sarà fatto crescere la pelliccia, o avrà vissuto tra le vere pantere per un mese) e il Baloo dello stesso Serkis sono tanto ricchi d’anima quanto di furia animale.

Quando Mowgli raggiunge il villaggio degli uomini, finalmente possiamo goderci un po’ di interazione tra homo sapiens. Il film dà al nostro eroe una figura materna nella figura di Messua, una donna gentile interpretata da una Freida Pinto ridotta a un cameo; poi John Lockwood, l’archetipo del Grande Cacciatore Bianco che vede la giungla come un gigantesco negozio di trofei. Sono gli scambi tra questo cacciatore e il protagonista l’aspetto più interessante del film – una boccata d’aria fresca dopo la maestria in motion capture di Serkis che occupa gran parte della pellicola. 

Ascoltate: nessuno può negare che l’attore-diventato-regista abbia rivoluzionato questo stile, o che abbia capito che la performance dell’attore è importante anche nei panni di uno dei mostri del Pianeta delle Scimmie. Il punto è che questo sforzo è faticoso sul lungo periodo, anche se dietro la CGI ci sono le migliori voci sulla piazza. E l’intero terzo atto si trasforma in una guerra per la vendetta, con Mowgli che smette di esplorare la natura e si accontenta del solito ritmo da saga familiare. C’è tanto da ammirare in questo film, e troppe scene dimenticabili. Ma è giusto che il pubblico abbia la possibilità di vederlo, così che Serkis e i suoi collaboratori possano finalmente voltare pagina.

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