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Motta e la paura di crescere sempre troppo in fretta

Motta ha smesso di urlare e di fare casino (che è un po’ un peccato) e ha approfondito la sua poetica. Un disco che sarebbe stato un capolavoro, se fosse uscito dopo un altro anno di lavoro sui dettagli.

Ritengo che La fine dei vent’anni sia stato l’esordio italiano più rilevante degli ultimi anni, in termini di rapporto qualità-racconto generazionale. Anche perché lo spauracchio dei trent’anni per l’indie italiano è un po’ l’equivalente del «voglio fare i soldi, vengo dalla strada» per la trap: due tematiche inflazionate, difficili da trattare con piglio intelligente e originale, come è riuscito a fare Motta nel suo ambito.

Continuando su questo parallelismo con la trap, lì il leitmotiv del secondo disco solitamente è «ho fatto i soldi, guarda quanti soldi ho fatto cazzo, ma ti ricordi quando non avevamo niente e venivamo dalla strada e ora invece siamo pieni di soldi?» – non so cosa avranno da raccontare nel terzo capitolo, ma non è un problema mio – mentre nel caso di Motta l’evoluzione è stata «ora abbiamo trent’anni, ma ti ricordi quando eravamo giovani e invece ora abbiamo trent’anni, il lavoro, i figli?».

Un’altra bella sfida che secondo me Francesco non ha avuto il tempo fisiologico di affrontare come si deve, essendo passati solo due anni, peraltro di tour infiniti, dal suo primo album. C’è bisogno di tempo per lavorare sugli arrangiamenti e sui testi, ma questo non sembra interessare a chi sta negli uffici. Al netto di questa donchisciottesca battaglia contro gli album biennali impacchettati e pianificati mese per mese a discapito della qualità del prodotto, diciamo che Vivere o morire riesce comunque a portare a casa il risultato.

Motta ha smesso di urlare e di fare casino (che è un po’ un peccato) e ha approfondito la sua poetica, che emerge soprattutto in pezzi come la latineggiante E poi ci pensi un po’ o Chissà dove sarai, che già dal titolo la dicono lunga sui contenuti: amori finiti e paura che i nuovi amori non saranno mai come quelli finiti. Un disco che sarebbe stato un capolavoro, se fosse uscito dopo un altro anno di lavoro sui dettagli.

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