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Moses Sumney è il soulman fragile del futuro

Dopo aver conquistato Solange e Thundercat, il musicista torna con 'græ: Part 1', un album che riscrive la musica nera americana mescolando antico e contemporaneo, canzoni intime e universali, suoni fragili e muscolari

Moses Sumney

Foto: Getty Images

Moses Sumney guarda dritto davanti a sé illuminato da una luce rossa. Una voce dice: “I insist upon my right to be multiple. Even more so, I insist upon the recognition of my multiplicity”. Sembra che le immagini vengano da una cassetta vecchia decenni: solarizzazioni, colori che debordano e si sovrappongono uno con l’altro, i contorni dei volti che si consumano, come se il passare del tempo abbia rivelato che dentro a quella ripresa ce n’erano molte altre. Stiamo guardando multiplicity, uno dei video che Sumney ha pubblicato su YouTube per presentare græ, il suo secondo album uscito il 21 febbraio per Jagjaguwar, e uno dei dischi più belli di questo inizio 2020, un disco sull’essere tante cose diverse in un mondo iper polarizzato.

Nato a San Bernardino, in California, Sumney è il secondo figlio di due immigrati ghanesi arrivati illegalmente negli Stati Uniti. La madre sarta e il padre tassista hanno cresciuto i due figli dividendoli tra una scuola privata cristiana e un quartiere difficile a un passo dal ghetto. Con il tempo i genitori diventano parroci di una congregazione locale e iniziano a organizzare alcuni viaggi in Ghana, così che i fedeli, in larga parte afroamericani, possano scoprire le loro radici. A un certo punto, quando Moses ha 10 anni, decidono di tornare in patria. Per il ragazzo è uno shock, e si rinchiude totalmente in se stesso. È in questo isolamento che scopre la sua voce e la musica, registrandosi da solo davanti al computer. 

A 16 anni la famiglia torna in America, questa volta a Los Angeles. Il suo primo lavoro è uno stage in un’agenzia creativa, dove cura il blog sul benessere dell’attrice Alicia Silverstone. Più avanti inizia a scrivere di musica per il LA Weekly. È in questo periodo che, studiando ossessivamente le parti di chitarra di artisti rock, indie e folk che ammira, decide di provare la carriera da musicista. Scrive le sue prime canzoni, ballate lo-fi e minimali, e apre alcuni concerti dei King, un trio R&B del posto.

Moses è alto, bello e ha una voce incredibile e grande presenza scenica. Viene notato dall’industria discografica, ma la sua musica è troppo evanescente per il mercato mainstream. Qualcuno gli propone di scrivere con altri autori, qualcun altro di lavorare con produttori pop: cercano di normalizzarlo, e alla fine non se ne fa niente. Allo stesso tempo, però, il primo assaggio di popolarità fa conoscere a Sumney le persone giuste, tra cui Solange e la sua cerchia di collaboratori.

Rifiutate le offerte delle etichette, inizia a pubblicare alcuni singoli e a scrivere la musica di quello che diventerà Aromanticism, il suo album di debutto. È un disco minimale, intimo, che piace alla critica ma che si rivela un flop commerciale. È così che Moses Sumney scappa ancora, si isola lontano da Los Angeles. “All’inizio della mia carriera avevo tutto. Poi, all’improvviso, mi sono ritrovato a dover combattere per qualsiasi cosa”, ha detto a Pitchfork.

Durante l’isolamento scrive le melodie e i testi di græ, e inizia a collaborare con decine di artisti diversi: Daniel Lopatin, Thundercat, la scrittrice Taiye Selasi (la sua voce recita i frammenti spoken word disseminati in tutto l’album), gli Adult Jazz, James Blake, Rob Moose. È così che gli arrangiamenti dell’album si sono riempiti di arpe, flauti, sezioni di fiati, voci sintetiche e mille altri strumenti ancora. Le canzoni tornano da Sumney che, isolato in una casa nel North Carolina, mette insieme le canzoni nella loro forma definitiva: un doppio album – la seconda parte uscirà a maggio – che vuole “esplorare il grigio in termini di colore, dislocamento, spazio interstiziale e identità marginali”.

Non c’è altro modo per definire la musica di græ che non sia “molteplice”: antica e contemporanea, intima e universale, fragile e muscolare. Prendiamo Cut Me. Inizia in pieno stile Motown – basso sintetizzatore, voce armonizzata, fiati –, arriva a un ritornello anti-climatico e poi sprofonda in un bridge per piano e voce armonizzate. Nel finale, il ritornello si riempie di percussioni e cori, una batteria accenna un ritmo di poche battute e poi scompare. È una canzone piena di tracce di altre canzoni, piccoli elementi governati solo ed esclusivamente dalla voce. 

Attraverso le canzoni di græ Sumney riscrive la sua identità. Lo fa in equilibrio tra confessioni intime, frammenti del suo passato e riflessioni su temi universali. A volte parla di un astronauta e del desiderio di “dare la vita per qualcosa più grande di me”; oppure dei sogni di un ragazzino che “gridava alla notte nebbiosa” e che si innamora “dell’indefinito”. Altre degli stereotipi della mascolinità (Virile) o dell’identità di uomini e donne di colore (boxes).Græ è un disco generoso, originale e potente, scritto per rivendicare il diritto di non essere definiti. Di essere grigi, o riempirsi di colori.

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