‘Mortal Kombat’ fa quello che deve fare | Rolling Stone Italia
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‘Mortal Kombat’ fa quello che deve fare

Il desiderio infernale di vendetta al suo interno rende il film più intrigante di quanto dovrebbe essere

Di solito non sono uno che cerca il bollino per i film. Ma è arrivato un punto mentre guardavo il nuovo Mortal Kombat per cui mi sono incuriosito. Un momento dopo aver sentito Kano, mercenario australiano noto per essere parecchio aggressivo, chiamare qualcuno “fottuto idiota” per quella che sembrava la cinquantesima volta, ma prima della parte in cui vediamo un’onda di energia fare un buco così netto nella carne di quel qualcuno che alla fine la sua spina dorsale – grondante di alcuni pezzi – è tutto ciò che rimane del busto. Fatality: un termine essenziale nell’universo di Mortal Kombat e un concetto che, molto tempo fa, metteva in discussione i videogame tra certi moralizzatori, abbonda nel film del 2021. Pugnalati con ghiaccioli del loro stesso sangue, mutilati da artigli demoniaci, letteralmente disarmati, divisi a metà: ciò che i personaggi di questo reboot di Mortal Kombat sopportano è abbastanza per rendere l’azione incruenta del film di Paul W.S. Anderson del 1995 e il suo sfortunato sequel roba per bambini. E in effetti era così.

Ma i videogiochi sono sempre stati famosi – per molti di noi, affascinanti – per essere l’opposto. Il gioco ci ha spinto fuori da un precipizio morale ed è stato certamente, come il suo concorrente di mercato, più avvincente per questo. Il nuovo film, diretto da Simon McQuoid e che annovera tra i produttori James Wan (creatore dei franchise Saw and Conjuring), è un po’ più moraleggiante, ma non per questo meno violento. Apparentemente Mortal Kombat 2021 si è avvicinato di proposito a guadagnarsi un vietato ai minori di 17 anni. Cosa posso dire? In linea con l’eredità del franchise di giochi, è tanto più divertente, se non figo, per questo.

Anche Mortal Kombat (che arriva su Sky Cinema Uno il 30 maggio alle 21.15, in streaming su NOW e disponibile on demand) si discosta leggermente da ciò che è successo prima. Aggiunge un po’ di peso emotivo alla sua violenza; è più convincente dei suoi antenati live-action nel far sembrare alta la posta in gioco. Tuttavia, conserva saggiamente un po’ di banalità – le cattive battute, la recitazione non sempre eccezionale, alcuni intenzionalmente (spero) effetti digitali incerti – che possono funzionare per far lievitare quei colpi sul corpo. Nella colonna sonora c’è un basso potentissimo, parte delle performance non è sempre ottima e le scene di combattimento sono più notevoli per la loro coreografia che per le riprese utilizzate per catturare il tutto. Ma il film riesce a trovare l’equilibrio tra interpretarne il successo e ritagliarsi un nuovo percorso – un percorso allettante, a dispetto degli altri grandi franchise del momento, per essere così direttamente rivolto agli adulti.

I fan conoscono già la premessa. Un torneo cosmico tra il bene e il male – Earthrealm e Outworld – ha lasciato l’umanità sull’orlo della distruzione, a una battaglia dall’essere conquistata da Shang Tsung (una volta imperdibilmente interpretato da Cary-Hiroyuki Tagawa, e ora impersonato da Chin Han con gli occhi neri). Dai sfogo al desiderio di Lord Raiden (Tadanobu Asano), Liu Kang (Ludi Lin) e Kung Lao (Max Huang) di mettere insieme una nuova banda di combattenti scelti e artisti del calibro di Sonya Blade (Jessica McNamee) e Jax (Mehcad Brooks ), mentore e amico di Sonya, che risponde alla chiamata. E c’è la presentazione di un padre di famiglia ed ex campione di MMA di nome Cole Young, un combattente capace che è stato ridotto a farsi prendere a calci nel culo per sbarcare il lunario, un uomo che ha un po’ di problemi di autostima e ha una voglia sul petto somigliante a un drago ma sembra non essersi fatto troppe domande al riguardo. (Anche l’ottimo Hiroyuki Sanada gioca un ruolo chiave, ma è meglio che i dettagli del suo coinvolgimento li vediate nel film).

Il nuovo Mortal Kombat è il primo di quello che è stato chiaramente progettato per essere l’inizio di qualcosa. Una delle cose migliori di questo film è la sua consapevolezza della trappola della storia delle origini. Cole – le cui moglie e figlia, Alison ed Emily, sono interpretate rispettivamente da Laura Brent e dall’audace Matilda Kimber – ha il volto luminoso, fresco ed emotivo di un inconfondibile bravo ragazzo. Tan lo fa funzionare, ma i bravi ragazzi sono un po’ noiosi. È il desiderio infernale di vendetta al centro del film – una controversia secolare tra guerrieri – che lo rende più intrigante di quanto dovrebbe essere.

Quello, e le deviazioni dai film precedenti. Con il reboot arriva un piccolo rinnovamento, come si è dimostrato vero per il franchise di giochi nel corso degli anni. Il nuovo Mortal Kombat libera Sonya Blade dall’immagine delle forze speciali di “Rhythm Nation” che l’ha introdotta nel 1995, ad esempio, e in qualche modo dalla sua ricerca risoluta di Kano (Josh Lawson) e della sua ciurma del Drago Nero, che l’ha definita un tempo. Kano è meno un accollo per lei, ora, e più un vero e proprio rompicoglioni. La storia del 2021 sposta anche Liu Kang, memorabilmente interpretato da Robin Shou, dal centro della storia. (Lin è un Kang buono e sensibile qui, ma confesso che mi manca la vista della criniera da rockstar di Shou che mantiene la sua compostezza – in qualche modo, sfidando la gravità – in mezzo a quelle scene di combattimento).

Nel frattempo, Goro, con quattro braccia e la testa grossa (inconfondibilmente cattivo quanto Cole è buono), è meno saggio della sua precedente iterazione e, sebbene sia ancora fisicamente travolgente, incombe molto meno di una volta. E lo spettrale Rettile ha ottenuto un bel lifting grazie a una CGI decisamente migliore, ma significativamente, come Goro, sembra ancora un po’ irreale, come se il punto fosse apparire maluccio. Con poche eccezioni degne di nota, i cattivi in ​​questo film si distinguono più per il loro potere crudele e il loro aspetto grottesco – vedi quel sorriso diabolico in stile Joker su Mileena (Sisi Stringer) – che per le personalità sovraccariche che li rendono memorabili nei videogiochi nemici. Chi viene introdotto al franchise attraverso questo nuovo film potrebbe pensare che Goro sia solo uno stronzo con un paio di braccia in più. Il film riduce gran parte della malvagità ad alcuni attori chiave: Shang Tsung, ovviamente, e Sub-Zero, che sta sul poster per un motivo.

Sorprende quanto tempo abbia il film per Kano. Kano, Kano, Kano: ancora uno stronzo furbo, ancora intelligente come sempre (e dal punto di vista estetico, la somiglianza facciale di Lawson con il Kano del 1995, interpretato dal compianto Trevor Goddard, è abbastanza sorprendente). Ma Kano è più divertente, questa volta – praticamente condizionato, nel nuovo film, a essere una macchina da battuta le cui scelte da cattivo ragazzo spingono l’azione in avanti. L’antagonismo di Lawson è divertente. Ma Mortal Kombat 2021 è un po’ meno interessato ai cattivi che sono cattivi. È più concentrato sulla questione delle origini, delle linee di sangue, delle profezie, delle identità, del potere interiore – oh, e della violenza. A questo proposito è figlio del suo tempo, nel modo in cui il film di Anderson del 1995 lo era del suo (molto). Laddove Anderson si è appoggiato a cenni all’azione di Hong Kong, il nuovo film deve tenere il passo con una cultura del franchise.

Il film si apre con un combattimento ambientato nel Giappone del XVII secolo, che rende il senso dell’eredità abbastanza letterale. E gli scontri, ancora una volta, sono buoni: esagerati, ma coerenti e memorabilmente raccapriccianti, zoomano sui coltelli mentre aprono le ferite, dandoci un posto in prima fila per i dettagli più sanguinosi di quelle fatiche, traboccanti di emozione e stanchezza, con l’occasionale battuta finale. Il film non è proprio una masterclass di scene di combattimento, anche se rispetto a molto altro offerto dall’azione in studio del momento, a volte sembra che lo sia. È un intrattenimento solido, persino rinfrescante nel trovare modi per navigare nelle svolte familiari alle sue condizioni. La cosa più importante – per lo studio, se non per me – è che fa quello che è, in definitiva il suo lavoro principale. Ci prepara per il sequel. E molti di noi saranno ansiosi di vederlo.

Da Rolling Stone USA