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Morrissey canta le canzoni della sua adolescenza, ma non arriva più al cuore degli adolescenti

"California Son" è una raccolta di cover che lo hanno formato come artista, ma non possiamo di certo sorvolare sull'uomo che è diventato. Un sovranista senza più niente di interessante da dire

Abbiamo già elencato tutte le stronzate uscite dalla bocca di Morrissey, che sempre più spesso finisce in cima ai trend topic per faccende che non hanno nulla a che vedere con la sua musica. Questo di per sé non sarebbe affatto un problema, lo diventa quando si tratta di puntuali prese di posizione con fazioni politiche di ultradestra, esplicitamente xenofobe e razziste, che in teoria dovrebbero essere in totale incoerenza con quello che hanno rappresentato gli Smiths, che negli anni Ottanta prendevano le parti della working class, si schieravano con i laburisti e cantavano contro la Tatcher in uno dei più celebri dischi della storia della musica britannica, che già dal titolo parla chiaro, The queen is dead.

Probabilmente la virata sovranista di Morrissey è la fotografia dei tempi che corrono e che ovviamente riguarda anche le rockstar e il loro impegno politico, parte integrante del cortocircuito in atto, della confusione di idee e dello stravolgimento di schieramenti. In un certo senso Morrissey è la versione, in scala icona mondiale, di uno zio qualsiasi che fino a qualche tempo fa a Natale raccontava quando da giovane ha fatto il ’68 e ora passa il Natale a prendersela con gli immigrati perché non sa con chi altro prendersela. Di sicuro per i fan della prima ora è sempre più complicato, se non proprio impossibile, riconoscersi in Morrisey e apprezzare a prescindere la sua musica, poiché è parecchio arduo riuscire a separare la figura dell’artista dalla persona. Per esempio non lo hanno fatto i gestori dello Spillers Records di Cardiff, un negozio di dischi storico a Cardiff, il più antico al mondo, che hanno deciso di togliere dagli scaffali i dischi dell’ex Smiths. E bisogna davvero sforzarsi per riuscire a parlare del suo nuovo disco, ma possiamo provarci.

“But don’t forget the songs that made you smile, and the songs that made you cry” cantava Morrissey con gli Smiths in Rubber Ring, una b-side di The Boy with the Thorn in His Side, contenuta appunto in The queen is dead. Almeno in questo, in un certo senso, c’è un po’ di coerenza, perché con California Son, la prima raccolta di cover della sua carriera, Moz ha rifatto quelle canzoni della sua formazione musicale che negli anni Settanta lo hanno fatto piangere e ridere durante l’adolescenza in quel di Manchester.

Oltretutto ci riesce pure benino, quantomeno rispetto ai recenti passi falsi – se per “recenti” si intende “gli ultimi vent’anni” –, considerando anche quanto sia rischioso cimentarsi con delle cover senza apparire come uno ridotto alla canna del gas. Ci riesce benino soprattutto perché tutti e dodici i pezzi sono rifatti senza eccessivi stravolgimenti o divagazioni folli, ma al tempo stesso calzano a pennello con lo stile di Morrissey, il quale non si è limitato a fare il compitino, ma ci ha messo tanto di suo, anche nella scelta non banale dei pezzi e degli artisti interpretati. Ci sono Suffer The Little Children di Buffy Sainte-Marie, cantautrice nativa americana, Don’t Interrupt The Sorrow di Joni Mitchell, che potrebbe confondere anche chi conosce a menadito tutta la discografia degli Smiths per quanto sembra una loro canzone originale, c’è una bellissima versione di Only A Pawn In Their Game di Bob Dylan, che alimenta il cortocircuito di cui sopra, visto che è una canzone di protesta per i diritti degli afroamericani. E poi ancora Morning Starship della rockstar canadese Jobriath, ucciso dall’AIDS a inizio Ottanta che apre il disco, da segnalare anche una armoniosa When you close your eyes di Carly Simon, cantata con il supporto di Lydia Night, una dei tanti ospiti presenti nel disco, che conta la partecipazione di Billie John Armstrong, un paio di componenti dei Grizzly Bear, Laura Nyro, Ed Droost, Ariel Engle, Sameer Gadhia e Lydia Night.

Poi, per non farsi mancare anche in questa occasione la stravaganza di turno, bisogna dire che non c’è in tracklist Back on the Chain Gang un’altra cover ben riuscita, pubblicata qualche mese fa, ma finita nel dimenticatoio senza motivi precisati e che invece avrebbe ben figurato in questo album, anche se non sarebbe di certo bastata per far parlare di nuovo soprattutto della musica, prima che delle dichiarazioni e delle gesta fuori luogo, di un idolo di milioni di molte generazioni di adolescenti che ha deluso ormai troppe volte.

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