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MGMT, l’età oscura dell’LSD

Con ‘Little Dark Age’ la coppia newyorkese torna con un album dipinto dalla psichedelia anni '10: la reazione perfetta alla nostra età oscura

Lo psichiatra Humphry Osmond usò per la prima volta la parola “psichedelia” in una lettera al noto scrittore britannico (naturalizzato americano) Aldous Huxley, per aggiornarlo sull’impiego di droghe allucinogene in studi sulla schizofrenia che aveva da poco intrapreso. Il neologismo, nato dall’unione dei termini greci “psyche” (anima) e “deloun” (rivelare), si riferiva in quell’occasione agli effetti delle sostanze, ma nell’arco di dieci anni fece furore nella cultura popolare mondiale, cominciando il suo lungo cammino dalla California. Inizialmente era usato per riferirsi a musica, abiti, grafiche immaginate dai tanti giovani che, a metà anni ’60, si fecero adepti di un nuovo romanticismo neo-primitivista che di quelle sostanze era ghiotto assai. Pace e amore. Ma anche strumenti esotici inseriti nel sound rock classico; composizioni inauditamente verbose e roboanti; pattern ossessivi; poster e tessuti come pugni negli occhi.

La parola è stata spesso usata per descrivere la musica dei MGMT degli inizi, quando fecero il botto con l’album Oracular Spectacular trainato dal singolo Time to Pretend tormentone indie colmo di un entusiasmo contagioso, stralunato e infantile: “Mi trasferirò a Parigi, mi sparerò dell’eroina e scoperò con le star”, cantavano. E poi: “Questa è la nostra decisione: vivere velocemente e morire giovani, lo so, fa venire le vertigini, ma cos’altro possiamo fare? Trovare un lavoro e diventare pendolari?”. E infine: “Certo, mi mancheranno la noia, la libertà e il tempo trascorso da solo, ma non c’è nulla da fare: l’amore va dimenticato, la vita può sempre ricominciare da zero”. Era il 2007 e il disco, nel suo nitore fluorescente, era semplicemente la cosa giusta al momento giusto: un rock a presa rapida e zeppo di intuizioni, memore di canzonette di ere più coraggiose e ottimiste, ma innaffiato di sintetizzatori elettro-pop e sterzate avanguardistiche.

La vocina simpaticamente insolente di Andrew VanWyngarden faceva il resto. Era il 2007, la Apple di Steve Jobs stava per lanciare sul mercato l’iPhone mentre, sullo sfondo, iniziavano a serpeggiare i primi effetti del famoso problemino con i sub-prime che genererà la più grande crisi economica dai tempi della Grande depressione negli anni ’30 del secolo scorso. Forse l’inizio di una nuova era: quella del trionfo delle opinioni a vanvera, dei futuri incerti, della guerra fra poveri promossa dai populisti (la Little Dark Age che dà il titolo a questo nuovo album?). L’allegra sfrontataggine di quel disco fa pensare, vista dall’oggi, a una danza a occhi chiusi sotto una tempesta da poco scrosciata. Torniamo per un attimo alla psichedelia: forse una lettura filologica del termine dovrebbe tener conto, appunto, del passare degli anni. Se dovessi pensare a una musica che, come un liquido amniotico, favorisce l’emergere di parti profonde del mio essere, mi vengono in mente – che mi piaccia o meno, per motivi strettamente generazionali – batterie elettroniche, sequencer e sintetizzatori. Battiato o hit radiofoniche che suonavano mentre, da piccoli, si andava al mare.

Sarà valido lo stesso slittamento di senso, con le dovute proporzioni, per gli MGMT che attaccano come novelli B-52s la prima traccia del disco She Works Out Too Much. La title track invece suona come quella che gli statunitensi chiamavano new-wave nella seconda metà degli anni ’80: pop sintetico e lunare per adolescenti vestiti di nero. When You Die è stranissima, persa tra folk e suoni orientaleggianti, TSLAMP è la versione da incubo di un funkettino caraibico, l’attacco di James fa pensare agli A-ha prima e agli Scritti Politti e Ariel Pink poi, One Thing Left to Try è trionfale e piena di bassi gommosi, mentre When You’re Small è una ballad genuinamente fuori di testa: un piano bar nello spazio.

Un disco difficile da inquadrare, ma certamente originale e di gradevolissimo ascolto: pensate a una puntata del programma televisivo anni ’80 Deejay Television in cui tutti i video sono stati realizzati da musicisti sotto l’effetto di quantità non disprezzabili di LSD. Da provare.

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