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Metronomy – Summer 08

Leggi la nostra recensione di Metronomy su Rollingstone.it

Perché mai uno nel 2016 dovrebbe perdere del tempo ad ascoltare ancora una di quelle band che, volenti o nolenti, provengono dall’ambiente indie di una decina di anni fa? La risposta non è semplice, ma forse va ricercata nelle piccole sfumature che rendono diversi i Metronomy dal resto delle altre band “indie”, oggi perlopiù estinte o ridotte a fantasmi di loro stesse. Con le sue camicette inamidate e un disco-funk piacevolmente snob, la band capriccio di Joseph Mount non si è mai mischiata con la marmaglia rockettara, rimanendo in disparte nel suo mondo di costosi synth vintage. Come un piccolo roditore che si guarda bene dall’uscire allo scoperto – non c’è mai stato un vero salto nel mainstream e a questo punto ho i miei dubbi che possa mai succedere –, i Metronomy sono sopravvissuti al grande cataclisma dell’indie di qualche anno fa. Per dire, se oggi gli Strokes tirano fuori una classica traccia à la Strokes, è normale che vengano le vertigini perché non abbiamo più l’età per certe cose, Julian Casablancas in primis. A una cassettina in quattro quarti che guida un basso slappato e una vocina in falsetto, però, abbiamo ancora parecchio da dedicare. Prima o poi nella vita, i concerti col pogo finiscono per stancarti, ma di festicciole in casa dove suonare a tutto volume le Old Skool o My House di questo ultimo Summer 08, ne verranno ancora molte. Ed è proprio lì che i Metronomy devono stare: fra un prosecco rovesciato sul tappeto buono e due imbucati che limonano sul divano.

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Perché mai uno nel 2016 dovrebbe perdere del tempo ad ascoltare ancora una di quelle band che, volenti o nolenti, provengono dall’ambiente indie di una decina di anni fa? La risposta non è semplice, ma forse va ricercata nelle piccole sfumature che rendono diversi i Metronomy dal resto delle altre band “indie”, oggi perlopiù estinte o ridotte a fantasmi di loro stesse. Con le sue camicette inamidate e un disco-funk piacevolmente snob, la band capriccio di Joseph Mount non si è mai mischiata con la marmaglia rockettara, rimanendo in disparte nel suo mondo di costosi synth vintage. Come un piccolo roditore che si guarda bene dall’uscire allo scoperto – non c’è mai stato un vero salto nel mainstream e a questo punto ho i miei dubbi che possa mai succedere –, i Metronomy sono sopravvissuti al grande cataclisma dell’indie di qualche anno fa. Per dire, se oggi gli Strokes tirano fuori una classica traccia à la Strokes, è normale che vengano le vertigini perché non abbiamo più l’età per certe cose, Julian Casablancas in primis. A una cassettina in quattro quarti che guida un basso slappato e una vocina in falsetto, però, abbiamo ancora parecchio da dedicare. Prima o poi nella vita, i concerti col pogo finiscono per stancarti, ma di festicciole in casa dove suonare a tutto volume le Old Skool o My House di questo ultimo Summer 08, ne verranno ancora molte. Ed è proprio lì che i Metronomy devono stare: fra un prosecco rovesciato sul tappeto buono e due imbucati che limonano sul divano.

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