Home Recensioni

‘Mapplethorpe’, la recensione: al film manca l’anima tormentata del fotografo

Il film di Ondi Timoner racconta la vita di Mapplethorpe, il suo amore, le sue passioni, ma non rende giustizia alla sua vita

Robert Mapplethorpe è interpretato da Matt Smith

Robert Mapplethorpe è interpretato da Matt Smith

Robert Mapplethorpe ha fatto foto a fiori, bambini, personaggi famosi (Warhol, Capote, il giovane Arnold Schwarzenegger) e se stesso in bianco e nero, guadagnando una certa notorietà. Ma ciò che lo ha reso iconico sono stati i suoi ritratti di nudi, spesso ridotti a dettagli del corpo (una mano, un torso, un pene nero avvolto in mani bianche) e spesso in posizioni BDSM che riflettevano le sue ossessioni verso il mondo queer. Un anno dopo la morte di Mapplethorpe, una retrospettiva del suo lavoro al Contemporary Arts Center di Cincinnati è stata accusata di oscenità semplicemente per aver mostrato le sue cosiddette “dirty pictures”, creando un dibattito che ha scosso il mondo dell’arte e ha scatenato una guerra culturale che è ancora in atto.

È stata una vita decisamente bella. Ma non lo diresti mai dalla pallida imitazione offerta da Ondi Timoner. Il loro Mapplethorpe (interpretato dall’attore britannico Matt Smith, noto per essere una delle più recenti incarnazioni di Doctor Who), sembra uno bozzetto per un film che nessuno ha realizzato. Le scene di Mapplethorpe con suo padre reporter (Mark Moses, Duck Phillips di Mad Men) hanno la piattezza di un film per la TV. L’instabilità della sua storia con la guerriera punk Patti Smith (Marianne Rendón, troppo dolce) – vissero insieme nel Chelsea Hotel di Manhattan, peccando deliziosamente – manca anche del lento bollore messo in scena da Rami Malek e Lucy Boynton in Bohemian Rhapsody. Andate a vedere il memoir di Patti Smith del 2010, Just Kids, per la vera storia. Il film di Timoner fondamentalmente dice che Mapplethorpe era etero, e poi non lo era più. Prossima scena.

E le scene continuano a scorrere. Sandy Daley (Tina Benko) regala al nostro ragazzo la sua prima macchina fotografica: taglio alla prima foto. David Croland (Thomas Philip O’Neill) interpreta un modello che cementifica l’identità gay di Mapplethorpe: taglio alla scena di sesso. Sam Wagstaff (l’eccellente John Benjamin Hickey) è il ricco benefattore anziano che gli offre amore e stabilità: taglio a Mapplethorpe che tradisce Wagstaff con una scuderia di stalloni, tra cui Milton (McKinley Belcher III), un modello nero che soffre il modo in cui Mapplethorpe lo mercifica dentro e fuori dal letto: taglio a foto di erezioni e culi.

Quello che manca sono i momenti intermedi che in realtà costituiscono la vera vita e le danno risonanza emotiva. Senza quel tessuto connettivo, Mapplethorpe emerge come un codice cifrato che tratta malissimo il suo adorante fratello minore (Brandon Sklenar) e ha rapporti sessuali non protetti con uomini molto tempo dopo aver scopere di avere l’HIV. È possibile che un cazzone assetato di fama come Mapplethorpe produca arte che duri per sempre? Ci puoi scommettere. Ma la tensione tra talento creativo e compromesso morale – un tema gustoso per un film – non viene mai esplorata da Timoner, che dimentica o ignora volontariamente i fattori che legano le due cose. Lo Smith pronto a tutto è ostacolato da una sceneggiatura che si rifiuta di seguirlo. E così Mapplethorpe, con tutta la sua audacia superficiale, ci lascia con un vuoto proprio dove dovrebbe esserci la sua anima tormentata.

Altre notizie su:  robert mapplethorpe