Rolling Stone Italia

‘L’uomo invisibile’, il monster movie ai tempi del MeToo

La performance di Elisabeth Moss aiuta a trasformare questo aggiornamento del classico di H.G. Wells in un horror sociale tagliente e contemporaneo. Non è uscito al cinema per l'emergenza coronavirus, ma lo trovate su Chili
3.5 / 5

L’ultima volta che Universal ha provato a rinverdire un suo classico del “cinema di mostri”, il risultato è stato La mummia del 2017 con protagonista Tom Cruise, che probabilmente avrebbe preferito che la sua stessa faccia fosse ricoperta da bende per nascondere la sua partecipazione al progetto. Ma non fate le cassandre a proposito dell’ultimo reboot del “Dark Universe” prodotto dallo studio in questione. L’uomo invisibile di Leigh Whannell è uno spaventoso rompicapo che colpisce al cuore delle nostre paure più profonde: quelle che non possiamo vedere. Il regista e sceneggiatore australiano è, insieme a James Wan, la mente dietro i franchise Saw e Insidious; e ha già dato prova delle sue doti di regista nel 2018 con Upgrade, un action thriller futuristico che andava ben oltre il semplice compitino sul genere. Ora, per aggiornare il celebre racconto di H.G. Wells sullo scienziato pazzo che s’inventa il mantello dell’invisibilità, non fa ricorso al semplice torture porn. Whannell e soci vanno dietro a ciò che di più pauroso c’è in giro (leggi: la mascolinità tossica). E, in collaborazione con il maestro dell’horror Jason Blum di Blumhouse (già produttore di Scappa – Get Out, Split e Paranormal Activity), Whannell rinnova il soggetto originale capovolgendo il punto di vista: tutto il potere adesso è nelle mani della donna in pericolo.

Il film comincia riducendo il personaggio del titolo – il ricchissimo inventore ottico Adrian Griffin (Oliver Jackson-Cohen) – a mera comparsa. Il riflettore è invece puntato su Cecilia Kass (Elisabeth Moss), architetto di San Francisco involontariamente diventata la prigioniera abusata da quell’uomo perverso e con la mania del controllo. Adrian decide come la donna deve camminare, parlare, vestirsi. La ribellione scatta quando entrano in campo delle vere e proprie minacce di morte. Cecilia progetta dunque la fuga dalla spettacolare villa sulla scogliera in cui è rinchiusa. Con l’aiuto della sorella Emily (Harriet Dyer), si nasconde nella più modesta casa in cui vivono l’amico James (Aldis Hodge) e la sua figlia adolescente (Storm Reid). Ed è lì che arriva la notizia: Adrian, caduto in depressione dopo l’abbandono di Cecilia, si è suicidato. Lasciando all’ex fidanzata-prigioniera ben 5 milioni di dollari del suo ingente patrimonio.

Ma è morto davvero? Per un po’, sia Cecilia sia gli spettatori sono costretti a chiederselo, nonostante il losco fratello di Adrian, Tom (Michael Dorman), mostri l’urna con le ceneri dello scienziato. Gli strascichi del suo essere andata “a letto con il nemico” si fanno sentire quando Cecilia inizia a vedere cose che hanno dell’incredibile. È tutto nella sua testa? Oppure Adrian ha trovato il modo di tormentarla con la più brillante delle sue invenzioni? Ovvero: una macchina ottica che gli permette di nascondersi alla vista di chiunque. Un film fatto per terrorizzare con il suo misto di terrore al cardiopalma e tensione psicologica ha bisogno di professionisti in ogni reparto. Ecco perché Whannell ha ingaggiato il direttore della fotografia Stefan Duscio (Upgrade), lo scenografo Alex Holmes (Babadook) e il compositore Benjamin Wallfisch (Blade Runner 2049).

Ma L’uomo invisibile deve la sua forza soprattutto al talento fuori dal comune di Elisabeth Moss. Che è semplicemente esplosiva, nel tratteggiare i colpi emotivi incassati da Cecilia e l’energia che deve trovare per lottare contro forze che non può controllare. Indimenticabile in Mad Men, vincitrice di un Emmy con The Handmaid’s Tale e magnifica in film anticonvenzionali come The Square e Her Smell, Moss è capace di affrontare qualsiasi sfida, regalando qui una performance entusiasmante, nei panni di questa donna spinta fino al limite. Come Lupita Nyong’o (Noi), Toni Collette (Hereditary – Le radici del male) e Florence Pugh (Midsommar – Il villaggio dei dannati), l’attrice scava così a fondo nella psicologia umana da fare del suo ritratto crudo e rabbioso una delle vette del genere. Soprattutto perché si rifiuta di ridurre la sua Cecilia al cliché della ragazza isterica o dell’angelo vendicativo.

Non sarebbe corretto anticipare le sorprese che Moss e Whannell hanno in serbo. Possiamo solo dire che la storia di questa donna che vuole essere ascoltata e presa sul serio è senza tempo al pari di Harvey Weinstein in manette. Whannell ha colpito e affondato in un argomento che oggi è particolarmente sentito: le cicatrici invisibili che una donna abusata porta nella sua mente possono rimanere a lungo, anche quando le ferite fisiche si sono rimarginate. È questo sottotesto a rendere il film talvolta pesante da digerire. Ma quando all’improvviso esplode la violenza, quasi sempre sanguinaria e sopra le righe, i testimoni puntano il dito contro quello che possono vedere, non quello che non possono vedere. Come la pietra miliare dell’horror L’invasione degli ultracorpi del 1954 usava cloni senza sentimenti degli esseri umani come simbolo del conformismo alla paranoia anticomunista, così L’uomo invisibile versione 2020 critica il nostro aver chiuso troppo spesso gli occhi di fronte alla violenza domestica e al bisogno di empowerment femminile. Il terrore viene da un mondo che sembra fatto esattamente come il nostro.

Iscriviti