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‘Hey What’ dei Low racconta senza retorica gli alti e bassi dell’esperienza umana. Un gran disco, un narcotico sperimentale, una guida su come scrivere belle melodie e stuprarle col rumore, un mistero
4 / 5

Alan Sparhawk e Mimi Parker, i coniugi che formano i Low, suonano assieme da trent’anni, il che è notevole specie in relazione al sottotesto della loro musica che fin dal principio è stato questo qui: il mondo va in pezzi, ma almeno noi restiamo assieme. Pochi altri hanno scrutato l’abisso quanto loro, che hanno cantato la fragilità della condizione umana, hanno messo alla prova gli ascoltatori con tempi mostruosamente lenti, hanno abbinato belle melodie ad arrangiamenti scarni e a dissonanze. Di certo nessuno l’ha fatto con altrettanta grazia.

Le canzoni del tredicesimo album Hey What ti fanno sentire male per poi farti sentire meglio, a volte nello stesso momento. Al centro della musica dei Low c’è sempre stato il mondo in cui Sparhawk e Parker cantano di battaglie quotidiane fondendo le loro voci in armonie angeliche. Succede anche in quest’album, dove però le voci hanno una durezza inedita giacché i due non si tirano indietro quando si tratta d’imbruttire melodie splendide, se necessario.

Il testo del primo singolo Days Like These somiglia al diario dell’ultimo anno e mezzo, delle ansie, delle frustrazioni causate dalla pandemia. L’idea è che di questi tempi si debba fare quel che si può e che il fatto di sentirsi come bloccati sia insito nella natura umana. La musica sembra andare incontro a un processo di distruzione e i due fanno fluttuare nell’aria la parola “ancora”, come se volessero ricordare anzitutto a se stessi che accadrà di nuovo. Difficile non sentirsi sopraffatti e trasportati in un’altra dimensione.

Com’è accaduto negli ultimi due dischi, la coppia si è di nuovo affidata al produttore BJ Burton (Taylor Swift, Lizzo) che porta i Low in territori art pop fra rumorismi e suoni di chitarra distorti all’estremo. E però arrivano, e più del solito, momenti di beatitudine che rendono il disco ancora più interessante. Hey What è costruito come un’esperienza da vivere dalla prima all’ultima traccia, dalla bella e devastante White Horses a The Price You Pay (It Must Be Wearing Off) in cui s’intravede un filo di speranza. In mezzo, ci sono gli alti e bassi tipici dell’esperienza umana.

Ci sono echi dei dischi più tradizionali dei Low, le atmosfere eteree di I Could Live in Hope del 1994, le ombre cinesi di Trust del 2002, l’eufonia di The Great Destroyer del 2005. Sembrano però macerie del passato su cui viene costruito un nuovo mondo sonoro. È un disco impegnativo, motivante, scomodo e terrificante, a seconda della canzone, a seconda del minuto.

In I Can Wait Sparhawk e Parker armonizzano su una base di chitarre instabili e pulsanti e cantano gli errori che si fanno e la paura del prezzo che si paga, per poi lanciare un salvagente a chi li ascolta: “Se potessi… ti darei una mano, porterei io quel peso”. In Disappearing le voci sono abbinate a un suono gracchiante che fa sembrare pessimo anche l’ampli migliore; Hey è tutta elettronica scintillante con Parker che ricorda Laurie Anderson; Don’t Walk Away potrebbe essere un pezzo da crooner tipo Mel Tormé se non fosse per l’elettronica che fa da base alla supplica di salvare un rapporto. Il pezzo migliore è More dove Parker cerca di dare un senso a una vita amara (“Avrei dovuto chiedere più di quel che ho avuto”) su una specie di elettronica metal, con ritornelli tipo “la-la-la” e Sparhawk che ulula, rendendo il brano agrodolce e non completamente velenoso. E anche se non si tratta di un concept, l’album finisce come tale.

L’ultima canzone è The Price You Pay dove Parker e Sparhawk cantano: “So quel che desiderano, vogliono dimenticare il dolore / Ma da qualunque parte tu stia, avrai quel che meriti”. Chitarre, archi e feedback fanno salire la tensione. “So che sembra assurdo”, recita il testo prima che la canzone diventi la colonna sonora dance rock di un film horror. La musica cessa e tornano le voci della coppia: “Sta svanendo”, cantano, manco avessero sperimentato per i precedenti 46 minuti gli effetti collaterali di un narcotico sperimentale.

Il pezzo non finisce in modo tradizionale. Si ferma e basta, nel bel mezzo del caos. Il sogno è finito. A quel punto, chi ha prestato ascolto cerca di dare un senso a Hey What e lo farà molto più a lungo dei 46 minuti di durata del disco. E questa è per i Low una bella vittoria.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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