Home Recensioni

L’oscura, psichedelica opera funk di Flying Lotus

Il guru dell'hip hop californiano torna con 27 tracce di 'Flamagra', un concentrato di jazz, funk e hip hop con l'aiuto di David Lynch, Solange, Anderson. Paak e Herbie Hancock

Flying Lotus

Foto: Renata Raksha

Quando dieci anni (o poco più) fa Stephen Ellison ha firmato il suo album di esordio, Los Angeles, ha scolpito il proprio nome nell’empireo dei produttori hip hop. Come una specie di Brian Eno dell’era della Marijuana medica, le cui produzioni meteoritiche triangolano funk, elettronica e jazz fusion assortito. Spesso, queste produzioni sono anche legati a opere visive assurde e film psichedelici che sono un piacere per gli occhi, come i Pink Floyd dei tempi d’oro.

Le radici di Flying Lotus affondano nel terreno West Coast di Madlib e della coppia D-funk di Snoop Dogg e Dr. Dre. C’è pure del Midwest nei richiami agli innovatori di Detroit come J Dilla e Carl Craig. Ma come tutti quelli appena citati e in generale i suoi predecessori, Ellison ha studiato in primis tonnellate di P-Funk come alunni talmudici studiano la Torah.

Non è difficile pensare che Flamagra sia l’Apocalypse Now o il The Wall di Ellson, perché mostra un artista al massimo del suo potere, capace di dare vita alle migliori immagini che possa partorire la sua mente. Un quasi-capolavoro sull’orlo dell’esagerazione. Il cast è sicuramente dalla sua parte: l’icona del jazz fusion Herbie Hancock e il signore oscuro del P-Funk George Clinton rappresentano la old school; Solange, Tierra Whack, Anderson. Paak e gli Shabazz Palaces forniscono diverse sfumature di nuovo. Heroes apre la tracklist portentosamente, con una nenia ASMR pitchata in basso in salsa cosmic jazz, cori che si gonfiano nel mix come veli che cadono dal cielo, e un sottofondo che potrebbe essere il crepitio di un fuoco, un coro di bong ce gorgogliano, oppure entrambi.

Flying Lotus

Va detto che ci sono molte idee qui, e molte note (il che può essere un più o un meno a seconda dei vostri gusti) distribuite nelle 27 tracce, metà delle quali sotto i due minuti di durata. Alcune di questi brevi sketch però regalano i momenti più succosi: il viscido synth-funk di Pilgrim Side Eye con Hancock; Andromeda con il socio di sempre Thundercat; e l’inebriante Thank You Malcolm, tributo di Ellison all’amico Mac Miller, scomparso fin troppo giovane (così come anche in Find Your Way Home).

E poi Takashi e il suo robot funk ad alto potenziale, un po’ Bootsy Collins, un po’ Prince, Un po’ Mahavishnu Orchestra. Nessuna correlazione invece c’è fra Burning Down The House e il celebre pezzo dei Talking Heads. Semmai, Qui George Clinton serve un’insalata di parole con tutto attorno voci elfiche di macchine che lo avvolgono. I temi del fuoco e della perdita si dipanano un po’ ovunque nel disco (non è una sorpresa da un artista californiano che ha visto i più grandi incendi degli ultimi decenni), ispirati in parte anche dall’incontro fortuito con il regista David Lynch, voce narrante nel cortometraggio/brano noir di Fire Is Coming. Solange da parte sua racconta la caduta dallo stato di grazia nella lussureggiante Land Of Honey. Le cose si fanno anche meno serie a volte, specie quando nel simil-freestyle vocale di Yellow Belly Tierra Whack finisce per parlare di “Titties in his face”.

Ma per un artista che tratta sil suono come un terreno di gioco infinito, la modalità di default di Ellison è piuttosto oscura, tenebrosa. Una canzone s’intitola semplicemente Debby Is Depressed, e su Black Balloons Reprise Denzel Curry sputa rime su un’imminente apocalisse. La sua rima più evocativa potrebbe essere anche la massima più grande di Flying Lotus: Til then, I kick that funky shit until my casket closed.” “Fino ad allora, porto avanti questa merda funk finché la mia bara non sarà chiusa”.

Leggi anche