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‘Locked Down’: il ‘Covid’s 11’ (venato di rom-com) che ci voleva per raccontare la pandemia

Non tutto funziona, ma il thriller da camera di Doug Liman sarà forse studiato in futuro. Perché resterà uno dei primi Studio movie pensati e girati nel pieno isolamento. E con una coppia dall’alchimia alle stelle: Anne Hathaway e Chiwetel Ejiofor

Anne Hathaway e Chiwetel Ejiofor in ‘Locked Down’ di Doug Liman

Foto: Warner Bros.

La prima cosa da sapere su Locked Down (in streaming on demand dal 16 aprile), la rom-com-barra-heist movie di Doug Liman uscita a sorpresa in piena pandemia, è che è un film in costume. Non facciamo in tempo a vedere comparire sullo schermo il logo della Warner Bros. su un sottofondo di rumori metropolitani – strade affollate, colpi di clacson, vociare frenetico – che ci ritroviamo di fronte a un incrocio londinese senza un’anima: ci sono solo vuoto e silenzio. Siamo nelle primissime settimane della pandemia, quando gli abitanti della capitale inglese stavano chiusi in casa, le sere erano contrappuntate da un rumore di pentole e padelle e il Primo Ministro aveva appena preso il Covid (per la prima volta). Regna la claustrofobia. La carta igienica è diventata l’equivalente delle sigarette in carcere. Zoom è il mezzo principale con cui si può comunicare, che sia per salutare i parenti che vivono dall’altra parte dell’Atlantico o per dire ai colleghi che sono appena stati licenziati in tronco. Siamo in equilibrio, ma ancora per poco.

Tra qualche decennio, gli storici forse recupereranno questo progetto – “la sfida di fare un film nel pieno di una catastrofe globale” – e lo studieranno per il suo aver segnato indelebilmente la primavera del nostro scontento. Il che è forse l’unica cosa per cui Locked Down sarà ricordato: funziona meglio come documento incompleto della nostra vita al tempo dell’isolamento che come esperimento che incrocia due generi cinematografici così diversi. Facendo affidamento alla sceneggiatura di Steven Knight, già dietro il bellissimo one-man-show Locke ma anche autore del ridicolissimo Serenity – L’isola dell’inganno, Liman confeziona la sua storia prima come tragedia sociale, poi come farsa da camera.

C’era una volta Paxton (Chiwetel Ejiofor), che aveva quasi ammazzato di botte un tizio in un pub di Watford. Il fatto di essere un ex poliziotto ha compromesso tutte le sue possibilità di trovare un altro lavoro, il che significa che oggi sbarca il lunario guidando furgoni: ma, per colpa della pandemia in corso, è stato ovviamente licenziato. Non solo: ha dovuto vendere la sua adorata motocicletta, non ha amici e nessun posto dove andare. Non gli si prospetta nulla di buono all’orizzonte.

L’ulteriore aggravante è che Paxton ha rotto con la sua fidanzata storica, Linda (Anne Hathaway), proprio quando il Regno Unito ha disposto il lockdown obbligatorio per tutta la popolazione, il che significa ritrovarsi imprigionato con lei nel loro appartamento per un tempo indefinito. Anche Linda non sta passando il migliore dei momenti. Il suo capo (un Ben Stiller in perfetta modalità pezzo di merda) l’ha costretta a licenziare tutto il team della sua società di marketing. Inoltre, ha ripreso a fumare. E anche se lei e il suo ex provano ancora qualcosa l’una per l’altro, entrambi sanno che è necessario voltare pagina. «Mi piaceva quando facevamo i pazzi», ammette, tornando con la memoria ai loro primi tempi fatti di gite in modo e spensieratezza quasi da fuorilegge. «Ma poi tutto quello non l’ho voluto più». Trascorrere le settimane che verranno senza uccidersi – o, peggio, innamorarsi di nuovo – è l’unico modo che tutti e due hanno per sopravvivere.

Eccoci di fronte a una nuova versione delle classiche commedie di “rimatrimonio”. Nonostante i toni agrodolci – e una verbosità a volte un po’ troppo “scritta” – si avverte un senso di freschezza che tiene tutto insieme, ed è merito soprattutto dell’alchimia tra le due star protagoniste. Chiwetel Ejiofor asseconda tutte le impennate più ruvide e impetuose di Paxton. È un uomo che si compatisce in continuazione, che dà sempre la colpa alla cattiva sorte, che stuzzica ma non può fare a meno della sua ex. Ma, considerato il carisma che l’attore inglese mette in ogni personaggio che interpreta, si capisce perché Linda non ne può più di lui e al tempo stesso non riesce però a lasciarlo andare. Quelli che non sopportano Anne Hathaway non si ricrederanno con questo film: ci sono un sacco di “hathawayismi”, nel suo ritratto di una donna in carriera in piena crisi esistenziale. Ma s’incastra perfettamente con la sua controparte maschile, ed è il ritmo che trovano insieme a mandare avanti il film. Non stiamo parlando di Cary Grant e Irene Dunne, ma qualcuno dovrebbe pensare di dirigerli insieme in un altro film, magari più solido di questo.

Locked Down procede incerto per un po’, finché una convergenza di snodi narrativi non lo conduce laddove era destinato a finire. Pare che il vecchio capo di Paxton – Dio ti benedica, Sir Ben Kingsley, per tutta la furia alla Sexy Beast che metti pure in questa piccolissima parte – ha bisogno di un autista per un incarico piuttosto delicato. Parecchi negozi e boutique stanno spostando le loro merci più preziose in magazzini più sicuri per tutta la durata della pandemia. Paxton ha la fedina penale sporca, perciò deve svolgere questo lavoro in nero e sotto falso nome (da cui una trovata che non sveleremo). Il compito più rischioso? Spostare i gioielli più cari di Harrods in un deposito dell’aeroporto di Heahtrow, un diamante da tre milioni di dollari compreso.

Caso vuole che Linda abbia lavorato a Harrods in passato. E che, per via di questa sua familiarità con il grande magazzino più famoso di Londra, le sia stato chiesto di supervisionare proprio il trasporto di questo diamante, appena comprato da un ricco trasgressore di diritti umani attraverso la società per cui lavora. Sarebbe immorale avallare questa trattativa; molto più etico, invece, consegnare all’acquirente un diamante falso, far vendere a Paxton quello vero a un ricettatore e incassare il malloppo. Le pandemie sono temporanee, un diamante è per sempre. C’è dunque qualcosa di meglio che mettere a segno il colpo e, grazie a questa ragazzata, guarire una relazione in crisi?

Foto: Warner Bros.

Siamo catapultati all’improvviso nel territorio del film di rapina, e su uno sfondo del tutto inedito: uno degli altri primati di Locked Down è quello di essere il primo film girato a Harrods, cosa che non sarebbe mai potuta succedere in un mondo “normale”. (La visione di Ejiofor e Hathaway che fanno razzia di qualsiasi cosa al reparto alimentari per improvvisare un picnic pre-rapina ci ricorda che il film è stato prodotto in circostanze davvero straordinarie.)

Anche se è divertente trovarsi di colpo dentro questa specie di Covid’s 11, è da questo momento che il film inizia a sgonfiarsi. Ed è qui che ci si inizia a chiedere che cosa avrebbe potuto fare un Soderbergh con un materiale del genere tra le mani. Nonostante questo, Liman dimostra un’energia sfrontata e libera che non sfoderava dai tempi di Go – Una notte da dimenticare. No, tutto ciò non basta a rivitalizzare una brutta copia di Rififi, o a giustificare i troppi momenti in cui le coincidenze, gli stereotipi e le massime del copione di Knight entrano in contraddizione tra loro. Né riesce a non farti pensare cosa sarebbe questo film se privato di tutti gli elementi che sfruttano il tema del coronavirus.

La risposta è: una coppia che meriterebbe un film migliore, qualche sequenza perfettamente riuscita (la grinta che mette Hathaway nel breve interludio in cui balla sulle note di Stand and Deliver degli Adam and the Ants potrebbe ridare la corrente a un’intera città rimasta senza luce), un porcospino strafatto e camei famosi su Zoom che passano dal tenero all’imbarazzante. Locked Down è il tentativo di trasformare le limitazioni del momento in ispirazioni creative. È lo sforzo di fare una succosa limonata con una cassa di limoni malaticci. È divertente per l’effetto-novità che rappresenta e, in molti momenti, dimostra che ha senso di esistere eccome. Il che, come l’incrocio di Londra che apre il film, è una cosa che ti mette subito a tuo agio, ma non puoi fare a meno di notare quanto sia irrimediabilmente vuoto.

Da Rolling Stone USA

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