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‘Lo Spietato’, la recensione: Scamarcio ‘cumenda’ del crimine nella Milano da bere

Una crime-story tradizionale con il tono da dark comedy e un ritmo indiavolato
3 / 5

Se volete sentire Riccardo Scamarcio dire “Uè testina” come il cumenda di Guido Nicheli, guardatevi Lo spietato. Terrazza vista Duomo, il personaggio di Scamarcio — in vestaglia e con pacco in bella vista — guarda il sole riflettersi sulla Madunina dorata, fa un sorrisino malizioso e partono le montagne russe.

Già, perché il nuovo film di Renato De Maria, liberamente tratto dal libro Manager Calibro 9 di Luca Fazzo e Piero Colaprico sul pentito Saverio Morabito, ha un ritmo indiavolato. Ma in fondo è una crime story tradizionale sull’ascesa e la caduta di un gangster fuori dagli schemi. Santo Russo è un ragazzino calabrese trapiantato con la famiglia nell’hinterland milanese dopo che il padre ha tradito l’ndrangheta.

Vuole diventare qualcuno, conosce uno per uno i criminali che si ritrovano al bar di Buccinasco, ma diventa davvero uno di loro quando viene rinchiuso in un carcere minorile senza aver fatto nulla. Da lì Lo spietato spinge sull’acceleratore, attraversando trent’anni nella Milano (sempre meno protagonista del cinema, a vantaggio di Roma o del Sud) che è stata la capitale del boom economico, dei sogni, del cambiamento. Ma anche la città dell’apparenza, la Milano da bere, dove vinceva chi aveva più sete. E Santo Russo di sete ne ha moltissima, di denaro sì, ma soprattutto di un ruolo sociale, di un riconoscimento che non ha mai avuto a causa del padre.

Riccardo Scamarcio e Sara Serraiocco. Foto: Netflix

Sposa Mariangela, una ragazza calabrese timorata di Dio (la bravissima Sara Serraiocco), che è l’unica a conoscerlo davvero, ma ha un’amante d’oltralpe a cui piacciono i salotti culturali milanesi (Marie-Ange Casta, sorella di Laetitia). Con la prima vive a Buccinasco, con la seconda in un’attico in centro.
E, tra un “Ghe pensi mi” e un ”Va a dà via i ciap cun vèrt l’umbrela” per darsi un tono, Santo fa cose terribili, ma gestisce tutto con stile, come se fosse un manager, una specie di imprenditore del crimine, con un debole per gli abiti fatti su misura e la Francia: adotta anche “ça va sans dire” come suo intercalare preferito. Il tutto con grande umorismo, perché Santo non prende sul serio nessuno, mai. Se la prima parte scorre alla grande, è quando il film deve raccontare il passaggio di Santo (ormai arricchito) dalla strada alla malavita degli affari che è meno coeso.

Ma quello che funziona benissimo nello Spietato sono la messa in scena, la ricostruzione perfetta della Milano del boom economico, le citazioni che omaggiano il noir-poliziottesco anni Settanta e Ottanta (soprattutto Milano Calibro 9 diretto da Fernando Di Leo nel 1972) e il tono da comedy dark, anche se a tratti la sceneggiatura ammicca un po’ troppo allo spettatore. Menzione d’onore per tutto il cast, con un Riccardo Scamarcio carismatico e giustissimo nei panni del ‘cumenda’ del crimine, ça va sans dire.

Lo Spietato è al cinema come evento speciale l’8-9-10 aprile e su Netflix dal 19 aprile.

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