Julien Baker, la recensione di ‘Little Oblivions’ | Rolling Stone Italia
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‘Little Oblivions’ di Julien Baker è il manifesto oscuro di un talento purissimo


Nel disco più pop e potente della sua carriera, la cantautrice si cala nel caos delle sue emozioni e riemerge con un pugno di pezzi straordinari. È musica intima, cruda, impossibile da ignorare


Julien Baker a Nashville nel 2021

Foto: Cedrick Jones per Rolling Stone US

“Riesco a vedermi nei tuoi occhi iniettati di sangue”, canta Julien Baker in una delle canzoni del suo eccellente terzo album, Little Oblivions. “Mi domando se riesci a fare lo stesso con i miei”. È un momento di intimità che dice molto del fascino esercitato da questa 25enne del Tennessee. Grazie a due dischi solisti e al supergruppo indie Boygenius con Phoebe Bridgers e Lucy Dacus, Baker è diventata una delle cantautrici più importanti della sua generazione. Tutto grazie alla grandeur pacata delle sue composizioni e a testi che riflettono il caos delle sue emozioni.

Nel 2019, Baker si è presa una pausa dalla musica per finire gli studi. Ne è venuta fuori un’artista ancora più efficace. Dopo aver registrato i due LP precedenti soprattutto alla chitarra e al pianoforte, il suo nuovo disco, che ha anche prodotto, è inciso con una band vera e propria. Il risultato è un suono pieno e metallico, e col disco più consapevolmente pop della sua carriera.

La musicalità più estroversa non va a scapito della schiettezza dei testi: “Messa ko nel weekend / mi picchieresti così forte se fossi un maschio?”, chiede in Hardline, sommersa da ondate di chitarre tempestose. “Vedi, non ho bisogno che tu mi difenda / Questo genere di cose mi piace”. Il pezzo si conclude con una domanda che riescheggi in tutte le canzoni che seguono: “Dici che le cose non sono così nette, che non c’è solo il bianco e il nero / E se fosse tutto nero, amore, tutto il tempo?”.

Baker ci accompagna tra bar, feste e viaggi in taxi, mentre si avventura in un sentiero tortuoso verso casa, una notte da paura dopo l’altra. I gettoni di sobrietà restano nell’armadio, al sangue seguono cicatrici. La batteria entra ed esce mentre lei canta versi sinistri che echeggiano a lungo: “Ero in una profonda spirale discendente”, confessa in Heatwave. “Ma prima di toccare il fondo / Mi legherò la cintura d’Orione al collo e calcerò via la sedia”. Baker sembra il tipo di autrice capace di trovare forza nell’oscurità. Sembra che sia appena uscita da una casa in fiamme, indenne. La sua resilienza è come un’armatura, e la indossa a meraviglia.

Little Oblivions, però, non è un disco fatto solo di sangue e interiora gettate sul pavimento. Ha anche momenti più quieti e delicati, ma altrettanto potenti. “Vorrei aver bevuto a causa tua e non solo a causa mia”, canta accompagnata dal pianoforte nella straziante Song in E. “Così potrei dare la colpa a qualcosa di abbastanza doloroso da non farmi sembrare ancora più debole”. Le colleghe delle Boygenius sono presenti in Favor e i loro cori danno al testo ancora più forza: “Chi mi ha messo sulla tua strada / e che diritto hai a non lasciarmi morire?”.

Questo disco è un’affermazione artistica notevole. Non ci sono tracce skippabili, anche se alcuni brani si perdono verso il finale, come se Baker sapesse che la carica catartica dei testi può esaurire tutti, lei compresa. Ma va bene così, c’è realtà a sufficienza per una vita, figuriamoci per un disco.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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