Lil Wayne, la recensione di 'Funeral' | Rolling Stone Italia
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Lil Wayne, in ‘Funeral’ c’è più spettacolo che sostanza

Contiene momenti degni del talento di uno dei più grandi rapper di sempre, ma il tredicesimo album di Lil Wayne è incredibilmente discontinuo e tematicamente debole

Lil Wayne

Foto: Jeff Kravitz/FilmMagic/Getty Images

Un crollo creativo, un anno di carcere, le crisi, una lunga e amara battaglia legale: gli anni ’10 sono stati un decennio complicato per Lil Wayne. Tutte queste difficoltà si sono fatte sentire nella realizzazione del 13esimo album Funeral in cui evita ogni forma d’introspezione per dedicarsi alla missione di seppellire tutti gli altri rapper nel giro di 24 canzoni. L’album è opera dell’ultimo Mixtape Weezy, che non vede l’ora di trattare i brani come piccoli esercizi, preferire lo spettacolo alla sostanza, mostrare le abilità tecniche e la singolare immaginazione nei testi.

Wayne ha buone ragioni per assecondare i suoi impulsi. A volte è ancora una meraviglia del rap, un vecchio coltello affilato capace di scolpire una rima su qualsiasi beat e con qualsiasi strumento a disposizione, oppure di sfoderare un flow spigoloso pieno di metafore demenziali e assurdi ribaltamenti di timbro vocale, dal borbottio al pianto. Nonostante la performance di Wayne, però, Funeral è un fallimento. L’editing è pessimo, ha una scaletta goffa e una tonnellata di beat trap insipidi, tutto a dimostrare sia il fascino che le peggiori inclinazioni di Wayne.

Funeral è incredibilmente discontinuo, un continuo alternarsi di alti e bassi. In verità, il meglio viene subito, con Mahogany. Avvolto da un fumoso sample di Eryn Allen Kane (prodotto da Mannie Fresh e Sarcastic Sounds), Wayne elenca tutte le possibili associazioni che riesce a fare con la parola ‘mahogany’, mogano: “Mahogany door handle to match the floor panel / Mahogany sand, mahogany Dior sandal”.

La battaglia per la peggiore canzone dell’album, invece, è piena di contendenti. C’è Trust Nobody, affogata da un ritornello inutile e banale di Adam Levine; Get Out Of My Head, inacidita da XXXTentacion; Sights and Silencers, una ballata che avrebbe dovuto regalare a Jeremih; e Dreams, che suona come se Wayne stesse facendo un provino per un musical di Andrew Lloyd Webber. Funeral è pieno di passi falsi.

È anche un trionfo di Wayne-ismi, come quando omaggia Sinéad O’Connor, fa un casuale riferimento alla salsa Heinz 57 e fa giochi di parole ispirati a Eric Snow, l’ex giocatore dell’NBA che ha dato il meglio nel 2003. Sono i momenti deliziosamente a caso che i fan di Wayne aspettano dai tempi di Drought 3. Ma mentre quella versione bilanciava lo stile da flusso di coscienza con ritmiche da maestro e grandi tempi comici, troppe delle canzoni di Funeral – come Darkside, Wayne’s World, Mama Mia e la title track – sembrano un vomito di parole, come se il rapper volesse liberarsi di tutte le strofe senza mai respirare. Se avessero tolto le peggiori otto canzoni in scaletta, Funeral sarebbe stato l’album di un folle virtuoso del rap, quale è davvero, e non un insieme di follie.

Anche l’ultimo LP, The Carter V, era troppo lungo, ma almeno era attraversato da un’atmosfera familiare. Tolti alcuni momenti – come Bastard (Satan’s Kid), in cui Wayne parla delle mancanze del padre – Funeral è emotivamente arido. E mentre Wayne si prepara a entrare nel nuovo decennio, il quarto da quando fa il rapper, è difficile capire a cosa stia pensando, da dove arriva e dove vuole andare.

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