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‘Light of my life’: Casey Affleck, un padre alla fine del mondo

Nel suo primo lungometraggio da regista, l'attore premio Oscar usa una piccola storia familiare per raccontare un mondo post-apocalittico dai contorni inediti

Anna Pniowsky e Casey Affleck

“Vuoi che ti racconti una storia?”. Potrebbe essere qualsiasi padre che chiede al figlio se vuole sentire una favola prima di addormentarsi. In questo caso, è un padre (il regista Casey Affleck) – non sappiamo il suo nome, è semplicemente Papà – che racconta a sua figlia Rag (Anna Pniowsky) una fiaba lunga e contorta che coinvolge volpi, un furfante perdigiorno, un mare di gente e una grande zattera. Alla fine capiamo che sta parlando dell’Arca di Noè e, per qualche ragione, l’uomo che salverà gli animali a due a due da un disastro naturale ha un accento australiano. La bambina, che di tanto in tanto lo interrompe con commenti impazienti, vuole sapere se è “l’unica ragazza della sua specie”. Pare che ci sia stata una piaga e che l’epidemia abbia decimato la popolazione femminile. La mamma se n’è andata da un po’. E Rag è stata risparmiata. “Non ti preoccupare”, le dice Papà. “Mi prenderò cura di te. Ma devi fare quello che dico”. La posta in gioco è troppo alta.

Inquadratura dall’alto, due attori, 12 minuti: Light of My Life inizia con una sequenza che sembra una pièce teatrale autonoma, da togliere il fiato. Alla fine usciremo insieme a loro in un paesaggio desolato, ma le fondamenta della storia di Affleck sono incise nella pietra fin da subito. Non ha nessuna intenzione di fare un tipico film distopico, anche se si adatta perfettamente agli angoli più netti di quel genere; il lungometraggio subirà molti confronti con Children of Men e con l’adattamento del 2009 di The Road di Cormac McCarthy. E ci sta. Affleck gira una parabola sulla genitorialità e sul senso di impotenza che si prova nel trovarsi a proteggere una bambina in una situazione-limite. Lui e lei contro il mondo. Letteralmente.

Padre e figlia stanno per i fatti loro, vivono in una tenda nel bosco e cambiano posto ogni volta che incontrano delle persone. Rag (abbreviazione di Raggedy Ann) indossa una specie di un’uniforme androgina, ha i capelli corti. Papà la chiama suo ‘figlio’ davanti agli altri. E lei, crescendo, diventa sempre più sfrontata ed arrabbiata perché si deve nascondere nell’ombra e trasferirsi ogni volta che qualcuno sembra scettico sul suo fingersi maschio. Alla fine trovano una casa abbandonata dove si stabiliscono, cercando un po’ normalità, almeno fino a che una gang di predatori bussa alla loro porta. Poi entrano in una setta religiosa, prima che il pericolo li segua pure lì.

Se percepite una certa ripetitività nel film, è perché Affleck è più concentrato sulle interazioni tra i due protagonisti che sulla narrazione in sé. Ci sono abbastanza inquadrature lunghe e quasi languide di padre e figlia che camminano tra boschi e strade, da pensare che Casey Affleck abbia imparato parecchio da Gerry di Gus Van Sant, in cui divideva lo schermo con Matt Damon. Ma ha un buon occhio per la composizione (vedi Papà che legge un giornale mentre vediamo, attraverso una finestra della cucina, degli estranei che si avvicinano sullo sfondo), e una grande sensibilità nello scrivere discorsi paterni imbarazzanti, tipo la vecchia storia delle api e dei fiori. Affleck e Pniowsky sono una gran bella coppia; lei è fenomenale, una giovane interprete che sa esprimere in un batter d’occhio vulnerabilità, curiosità o rabbia. C’è una sequenza in cui Rag indossa per caso un vestito e si ammira, riuscendo finalmente a sperimentare il concetto di identità femminile per un secondo. Subito dopo Papà dà di matto e l’illusione di Rag viene distrutta: il modo in cui Pniowsky interpreta quel momento è straziante.

Per Casey Affleck non è la prima volta dietro la macchina da presa – aveva già girato Io sono qui!, il mockumentary scritto insieme a Joaquin Phoenix, che al tempo era suo cognato. Ma questo film è completamente diverso: è una storia molto più personale, dominata dall’ansia, inserita in uno scenario da fine del mondo. E anche quando Light of My Life soffre della pesantezza della sua narrazione, c’è qualcosa nel modo in cui ci guida verso un finale inevitabile a suggerire che il regista sappia perfettamente cosa sta facendo. Non è di certo un bel quadretto quello che Affleck ci mostra qui, ma speriamo che Casey continui a dipingere.

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