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L’esordio postumo di Pop Smoke non aveva bisogno di un esercito di rapper mainstream

Nonostante certe scelte commerciali, ‘Shoot for the Stars Aim for the Moon’ dimostra che Pop non era solo l’astro nascente della scena drill di New York, ma un musicista con un grande potenziale

Pop Smoke

Foto: Griffin Lotz per Rolling Stone USA

La scorsa estate era impossibile passeggiare per Brooklyn senza sentire Welcome to the Party o Dior. I due pezzi di Pop Smoke venivano sparati a tutto volume dalle macchine e negli appartamenti del quartiere. Ora, cinque mesi dopo l’omicidio, il 20enne fenomeno del rap – una perdita incalcolabile per la scena newyorchese – è ancora un eroe locale.

Dalla fine di maggio le sue canzoni sono state usate nelle manifestazioni di Black Lives Matter in virtù sia del sound che della storia del rapper. Pop Smoke è cresciuto a Canarsie, ai margini di Brooklyn. La polizia di New York gli è stata addosso per tutta la vita. La sua musica – qualcosa a cui appigliarsi di fronte a pericoli mortali – lo faceva sembrare un supereroe. E tutte le volte che lasciava andare la sua voce straordinariamente bassa e scura, suonava come se avesse dei tizzoni ardenti in gola. Nel giro di pochi mesi ha consolidato la nascente scena drill di Brooklyn, di cui era l’esponente più popolare. Pop Smoke era – ed è – l’orgoglio e la gioia di New York.

Nei due mixtape usciti lo scorso anno, Meet the Woo 1 e 2, Pop ha filtrato i melodrammi tipici del rap newyorkese attraverso lo spirito militante della drill di Chicago e la produzione inquietante di quella londinese. La triangolazione di questi elementi regionali ha messo più a fuoco i mixtape. Nel debutto postumo Shoot for the Stars Aim for the Moon, invece, il suo suono si espande e allo stesso tempo di diluisce drammaticamente. 808 Melo, che ha prodotto due terzi della musica di Pop Smoke, qui conta meno. Stars contiene alcuni pezzi dotati della stessa forza dei mixtape, ma mescola anche i ritmi della drill con i suoni austeri della trap di Atlanta che i Migos hanno padroneggiato alla perfezione a metà decennio (For the Night, Snitching), e con le chitarre arpeggiate che hanno abbellito la musica di A Boogie, Gunna e altri rapper melodici (The Woo, Enjoy Yourself). L’album prende anche spunto dal rap e dall’r&b mainstream di fine anni ’90, con sample di Cheers 2 U di Playa (Diana), Shake That Monkey di Too Short (West Coast Shit), So Into You di Tamia (Something Special) e Differences di Ginuwine (What You Know Bout Love).

Shoot for the Stars mette la drill di Brooklyn a confronto con i generi commerciali che hanno dominato le radio negli ultimi due decenni, facendo di Pop Smoke un diretto discepolo di 50 Cent, produttore esecutivo dell’album. Molti hanno paragonato i due – la ragione principale è il timbro e la cadenza delle loro voci – ma fino a ora il primo non aveva mai celebrato direttamente il secondo. Stars è un omaggio a 50 Cent come dimostrano certe discorsive e rilassate. Negli ultimi devastanti 30 secondi di Got It On Me, il beat sparisce e la voce da bluesman di Pop cita il ritornello di Many Men di 50. “Many, many, many, many men / Wish death ‘pon me”: ascoltare quel verso è come camminare su un terreno consacrato.

Anche il gruppo di brani r&b che va da Enjoy Yourself a Diana evoca il gangster duro e puro castigato dall’amore, ma 50 Cent è un playboy incallito e non ha fatto musica così sincera. “Non sapevi che so cantare?”, chiede Pop in Mood Swings. È affascinante ascoltarlo abbassare la guardia, addolcire il timbro rauco, mettere da parte l’arroganza per la tenerezza e raccontare le smancerie di un ragazzino che ama le coccole quanto il sesso. Queste canzoni toccano il cuore non solo perché Pop è convincente nel ruolo del romantico, ma anche perché mostrano il suo potenziale inespresso, la voglia di ampliare l’orizzonte artistico pur non avendone bisogno.

Gli album postumi sono per loro natura complicati. Non sappiamo se e quanto Pop fosse avrebbe apprezzato la natura commerciale di Shoot for the Stars, un disco che sminuisce e annacqua il suo stile. È facile prendere in giro la copertina di Virgil Abloh, o il fatto che Dior sia nella scaletta di tutti i dischi del rapper. È più difficile accettare la presenza di moltissimi artisti di alto profilo, musicisti che sembra siano qui solo per riempire quelle che altrimenti sarebbero demo non rifinite. Tyga non avrebbe dovuto esserci, la stessa cosa vale per il figlio di Diddy, né servivano tre featuring con Quavo. Fivio Foreign e gli altri colleghi della drill di Brooklyn sono vistosamente assenti. E non a caso la collaborazione migliore di Stars è quella con Rowdy Rebel, vecchio eroe folk di Brooklyn e precursore di Pop che rappa furiosamente attraverso il telefono del carcere in Make It Rain.

Nelle ultime settimane in America si parla molto di una serie di fuochi d’artificio. Hanno assunto un significato politico soprattutto a New York, dove sono una tradizione delle comunità latine e nere e dove il loro uso ha coinciso con i problemi con la polizia locale. Shoot for the Stars è uscito subito prima del 4 luglio, mentre le proteste a base di fuochi artificiali raggiungevano il culmine. Nella notte del 4 luglio, io e la mia ragazza abbiamo ascoltato Pop Smoke tornando a casa attraverso a piedi Crown Heights, a Brooklyn. La sua voce bassa e inconfondibile arrivava da decine di casse portatili poggiate sui marciapiedi e ha accompagnato i fuochi che esplodevano in cielo. Con Shoot for the Stars, l’estate infinita di Pop Smoke continua.

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