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‘Le streghe’, un tentativo di family fantasy fatto con pezzi di ricambio di Roald Dahl

Robert Zemeckis adatta il romanzo più cupo dell'amatissimo scrittore per ragazzi, ma l'interpretazione larger-than-life di Anne Hathaway è decisamente più grande del film mediocre in cui si trova

Anne Hathaway in 'Le Streghe' di Robert Zemeckis

Foto: Daniel Smith/HBO Max

Ci ha regalato eccentrici magnati dei dolciumi, pesche enormi, una volpe dandy e i suoi amici, ragazzini con poteri telecinetici, grandi giganti gentili e altro ancora. Ma i fan più attenti del lavoro di Roald Dahl tendono ad avere un debole per le sue streghe. Pubblicato nel 1982, Le streghe è stato una delle incursioni più cupe dello scrittore nel mondo dei piccoli: con la storia di un bambino di sette anni contro una congrega di streghe (travestite da donne dell’alta società) che odiano i bambini, ha raccolto elogi e polemiche in numero praticamente uguale. Alcuni l’hanno definito orribilmente misogino, altri lo considerano un dito medio definitivo nei confronti dell’età adulta, con l’autore a sostenere (e in modo nemmeno tanto sottile) che i grandi vogliono distruggere – figurativamente e letteralmente – tutte le qualità dell’infanzia.

Il libro ha vinto premi, è comparso in innumerevoli elenchi dei migliori titoli young adult, ed è stato bandito dalle biblioteche. È stato usato come esempio del talento di Dahl nel non indorare la pillola ai lettori più giovani e come dimostrazione che fosse un “autore controverso” prima che il termine diventasse parte del nostro lessico quotidiano. È stato adattato in un dramma radiofonico in più parti e in un’opera. Nicolas Roeg in persona, l’uomo dietro L’uomo che cadde sulla Terra e altri film gloriosamente bizzarri degli anni ’70, l’ha trasformato in un film nel 1990. E ora è considerato da molti un classico di culto. Dahl lo detestava.

Ogni generazione dovrebbe avere Le streghe che merita, e questo solleva la domanda: che cosa ha fatto quella attuale per meritarsi un’interpretazione tanto mediocre e poco interessante? La nuova pugnalata dello sceneggiatore e regista premio Oscar Robert Zemeckis al romanzo deliziosamente demenziale di Dahl (che esce in Italia il 28 ottobre in digitale, ndt), con la collaborazione di niente meno che Kenya Barris (!) e Guillermo Del Toro (!!) alla sceneggiatura, prende subito due decisioni decisamente intriganti. Primo: trasferisce la storia dall’Inghilterra a Demopolis, Alabama, intorno al 1967. All’improvviso, un intero mondo di possibilità e sottotesti si apre quando la vicenda viene spostata nel Sud di George Wallace. È anche un’ottima scusa per far sentire un sacco di soul e R&B delle etichette Motown e Stax nella colonna sonora, e lasciare che la costumista si diverta come una pazza con la vintage couture. E inizi rapidamente a realizzare quale di questi fattori potrebbe aver giocato un ruolo più importante nella caratterizzazione del periodo.

Secondo: dà al protagonista senza nome del romanzo il volto di un bambino afroamericano, chiamato “Hero Boy” nei titoli di coda, interpretato dal carismatico Jahzir Bruno e doppiato, nella sua incarnazione più adulta, da Chris Rock. Accolto dall’amorevole nonna (Octavia Spencer) dopo che i suoi genitori sono morti in un incidente d’auto, il giovane ha un incontro con una strana donna dal droghiere locale. La nonna è giustamente preoccupata: una volta ha visto la sua migliore amica trasformarsi in un pollo. Le streghe attaccano i poveri, i dimenticati, i bambini per cui nessuno fa storie, dice. Devono nascondersi dove è sicuro: «Un ricco hotel per bianchi», perché nessuno penserà di cercarli lì. Quindi la nonna, Hero Boy e il suo nuovo topolino da compagnia, Daisy, fanno il check-in. Come potevano sapere che è lo stesso posto in cui la Reale Società per la Protezione dell’Infanzia Maltrattata, aka la congrega delle belle del Sud gestita dalla Grande Strega Suprema in persona (Anne Hathaway), terrà un grande raduno?

È così che Hero Boy e Daisy si ritrovano intrappolati sotto il palco nella sala da ballo dell’hotel, mentre Sua Altezza – interpretata da Hathaway con un accento scandinavo in continua evoluzione, situato a Nord del maître di un ristorante di fonduta ma a Sud dello chef svedese dei Muppets – prepara le sue discepole per il loro piano: scatenare un elisir viola che trasformerà i bambini in topi. Ci sono alcune cose che caratterizzano le streghe: possono sembrare normali esseri umani snob con una linea di credito illimitata da Nordstrom, ma in realtà hanno artigli al posto delle mani e dei piedi, oltre a mascelle ingrandite con la computer grafica per mangiarsi meglio la scena, miei ​​cari. E odiano i bambini. Quindi immaginate la vista di un’orda di donne ben vestite, che trascinano un ragazzino di colore per le gambe sul pavimento e si avventano su di lui come un branco di predatori famelici. È un’immagine da incubo, sia che si tratti degli incendiari anni Sessanta o che di rifletta sulla recente estate di rabbia che abbiamo vissuto.

Forse non possiamo incolpare Zemeckis e soci di non aver sfruttato questo scenario per una critica bella e buona: anche se hanno intenzionalmente calpestato questo terreno fertile, vogliono fare un lavoro di evasione fantastica che accenni soltanto a qualcosa di potenzialmente più profondo, ma non si preoccupi di scavare sotto la superficie. Giusto. Tranne per il fatto che Le streghe versione 2020 non sembra trovare un ritmo maniacale o spaventoso che faccia funzionare il materiale, il che va ben oltre il motivo di rottura. Il regista e il suo direttore della fotografia storico Don Burgess (Forrest Gump, Cast Away, Flight) fanno girare la cinepresa, spesso a livello del pavimento, tra passanti e stanze eleganti, ma tutto sembra stranamente inerte. Una volta che Hero Boy viene trasformato in un topo insieme a un altro ragazzino dell’hotel – anche Daisy è un ex essere umano, e la sua voce è quella di Kristin Chenoweth – veniamo privati ​​dell’espressività del giovane attore, e ci ritroviamo semplicemente con un roditore digitale. Spencer fa del suo meglio per mantenere intatta l’umanità, mentre Hathaway compensa in modo eccessivo la mancanza di scintille recitando sopra le righe e con gli occhioni da pazza, più di quanto possiate immaginare. Nessuno si aspetta che entri nei tacchi a spillo di Anjelica Huston, dato il piglio e la brillantezza che l’attrice ha portato al film di Roeg trent’anni fa. Ma quella di Anne è una performance più grande del film in cui si trova. Probabilmente è anche più grande del monitor su cui lo guarderete, dello schermo cinematografico per cui era stato originariamente pensato pre-Covid e dell’isolato in cui risiede quel multiplex.

Tutto si conclude con un montaggio da cartolina che, anche per gli standard “e vissero felici e contenti” di Hollywood, è scontato e totalmente estraneo alla visione o alla voce di Dahl. Zemeckis ha diretto un certo numero di film importanti negli ultimi quattro decenni, dalle commedie ai drammi. Tuttavia, fin dall’inizio degli anni 2000 – più o meno nel periodo in cui ha girato un incidente aereo così straziante e realistico in Cast Away che lasciava allo spettatore il dubbio di soffrire di disturbo da stress post-traumatico –, il suo lavoro ha iniziato a sembrare sempre più interessato agli esperimenti formali e alle possibilità della tecnologia che alla narrazione (vedi: Polar Express, La leggenda di Beowulf, A Christmas Carol, The Walk, Benvenuti a Marwen). Per fortuna, Le streghe non si trasforma in fronzoli e lustrini. Semplicemente non sta insieme sotto nessun aspetto, e arriva zoppicando fino al traguardo. Non è un disastro. È solo un tributo inadatto al materiale originale, un lieve tentativo di fantasy per famiglie composto da pezzi di ricambio di Roald Dahl.

Da Rolling Stone USA

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