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‘Lazzaro Felice’, neo-realismo magico per resuscitare il cinema italiano

Come il canaro buono di 'Dogman', il film di Alice Rohrwacher - migliore sceneggiatura a Cannes - è una meraviglia da cui ripartire

Lazzaro, il Lazzaro dei Vangeli, non è solo colui che risorge, ma è colui che Dio piange morto e per questo risorge. È il pianto di Dio a renderlo santo. Ma nella vulgata comune, almeno in quella del ’900, Lazzaro è anche il povero in terra. Se uniamo le due definizioni abbiamo sia il Lazzaro prova della compassione di Dio sia il povero che appartiene alla terra e quindi risorto.

Difficile non pensare, di fronte a Lazzaro felice, il film di Alice Rohrwacher (migliore sceneggiatura a Cannes), al Lazzaro della tradizione cattolica, ma anche ai tanti lazzari che hanno percorso il cinema italiano. Quelli di Olmi o dei Taviani, per esempio, per non tornare a Rossellini. Quando si parla di “rinnovamento italiano” si ricorre sempre a Rossellini e al Neorealismo, come ha fatto Libèration, che ha lanciato forse troppo avanti il film della Rohrwacher.

Ma è indubbio che tra il canaro buono di Dogman e il Lazzaro di Lazzaro felice non si può non notare questo realismo magico che periodicamente il cinema italiano ripropone per “risorgere”. L’idea vincente del film, e quella più originale, è proprio nella costruzione di questo personaggio così buono da apparire santo: Lazzaro di nome e felice perché riesce a essere felice malgrado tutto (l’inedito Adriano Tardiolo, perfetto), che attraversa ogni vessazione sociale con lo stesso spirito candido.

Sfruttato in un passato indefinito dai padroni e dai contadini, la classe alla quale dovrebbe appartenere. Se nella prima parte assistiamo alla sua vita miseranda e alla sua morte in un dirupo mentre cercava di rispettare i valori dell’amicizia e della parola data, nella seconda lo troviamo risorto, identico al se stesso di prima, alla ricerca di chi lo aveva massacrato.

Ritrova quindi i contadini, diventati piccoli ladri, come Sergi Lopez e Alba Rohrwacher, che vivono ai margini della città, e trova i nobili, come il marchesino suo amico diventato uno squattrinato. Il candore di Lazzaro non è cambiato, e non è cambiata la crudeltà del mondo nei suoi confronti, e di quanti non riescono a vedere la sua santità. Rohrwacher dirige i suoi attori, professionisti e non, con attenzione e amore, ottenendo grandi risultati e ha dalla sua la fotografia di Hélène Louvart, un po’ scura, un po’ sporca, perfetta per il suo racconto. Qualcuno contesta l’uso del drone, poco rosselliniano in un film così rigido.

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