Sandro Perri, la recensione di 'In Another Life' | Rolling Stone Italia
Recensioni

L’avanguardia semplice di Sandro Perri

'In Another Life', il terzo album del canadese, è un «esperimento di songwriting infinito». Un pop impossibile, suonato da un musicista immerso in uno stato di pura tranquillità

Sandro Perri, foto di Jen Parker via Constellation.

Ascoltare il disco di Sandro Perri mi ha fatto pensare a uno di quei film dove sogni entrano dentro altri sogni. Per esempio, la sequenza d’apertura di Paprika, quando la protagonista detective dell’inconscio vola fuori da un cartellone pubblicitario e dentro alla maglietta di un tizio sui pattini.

In Another Life è un sistema di canzoni-scatole che si aprono una dentro l’altra, nascoste dentro due macro-composizioni: la title track e la suite in tre parti Everybody’s Paris. Sembra una gran rottura di palle, ma non dovete scoraggiarvi. In Another Life è un disco d’avanguardia pop, perché costruito su due melodie – sì, solo due – universali. Non c’è nessuna sfida per chi ascolta il terzo album di Perri, ma solo un gioco a disorientarsi in una canzone-mantra che non ha scopo se non quello di ripetersi una volta dopo l’altra. «In Another Life è un esperimento di songwriting infinito», ha detto.

Sandro Perri, foto di Jen Parker via Constellation.

Nel 1995, leggo dalla sua biografia, “scopre di avere una naturale tendenza verso la sperimentazione” e lascia gli studi di armonia jazz e arrangiamento. Canadese di origini italiane, si definisce autodidatta, e ha pubblicato una dozzina di dischi cambiando alias e collaboratori (Polmo Polpo, Dot Wiggin, Glissandro 70). In Another Life è il terzo album che firma con il suo nome, e arriva sette anni dopo il precedente Impossible Spaces. Una gestazione lunga solo in apparenza, perché Perri ha scritto la title track tutta in una volta. «Anche se so di averlo fatto io, mi sembrava quasi di osservarmi da lontano. È stato strano, ma è così che ho iniziato a pensare alla possibilità di una forma canzone estesa», ha spiegato a Kreative Kontrol.

«L’idea era scoprire cosa sarebbe successo con una canzone infinita, che non avesse come obiettivo il movimento in avanti, ma piuttosto di lato o in verticale. Volevo evitare progressioni, forza, accumulazione o risoluzione armonica. Non tutto deve puntare a diventare più grande».

Everybody’s Paris, che occupa tutto il lato B, segue uno schema diverso. Anche qui la melodia è una sola, ma interpretata da tre voci diverse che cantano testi diversi su arrangiamenti diversi. Perri ha consegnato ad altri due autori – André Ethier dei Deadly Snakes e Dan Bejar dei Destroyer – un tema musicale e lo schema da completare del testo “Everybody’s…”, per il resto ha lasciato fare. Il verso “Everybody’s Paris” funziona da collegamento tra tutte le parti, un po’ come succede nei brani rap con strofe condivise da più MC. Sono tre città diverse, avventurose e sorprendenti, dove “tutti vogliono essere un gatto, e hanno le sigarette”. Dove “tutti si sentono proprio come me, e stanno tutti bene”.

Nonostante sia scritto inseguendo un pop impossibile – prima dilatato all’infinito, poi ridotto a uno schema essenziale -, In Another Life è un disco semplice, suonato da un musicista immerso in uno stato di pura tranquillità. Una quiete che di questi tempi sembra irraggiungibile.

Altre notizie su:  Sandro Perri