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‘La tigre bianca’, tanti (troppi?) simboli per spiegare l’India di oggi e le sue contraddizioni

Ramin Bahrani dirige per Netflix una superproduzione hindi che dipinge un Paese diviso dalle classi sociali (e dalla sete di riscatto). Ma, nonostante la tensione e il cast, non tutte le ambizioni vanno a segno

Adarsh Gourav e Priyanka Chopra nella ‘Tigre bianca’ di Ramin Bahrani

Foto: Singh Tejinder/Netflix

La tigre bianca di Ramin Bahrani, disponibile su Netflix, ha due incipit, ciascuno dei due sorprendente. A Delhi, nel 2007, un suv guidato da una donna ubriaca, Pinky (Priyanka Chopra), corre lungo una strada nebbiosa, zigzagando tra i pericoli nascosti nella notte indiana (un’altra auto qua, una mucca là…). Finché non investe una bambina. Ed è allora che siamo catapultati nel prologo numero 2, ambientato a Bangalore nel 201o e con protagonista l’uomo che avrebbe dovuto guidare quel veicolo: Balram Halwai (Adarsh Gourav), che nel 2007 era l’autista – nonché il servo tout court – del giovane e ricco Ashok (Rajkummar Rao); ma che servo adesso non lo è più. Ha, invece, una posizione di comando, o almeno così sembra. E moltissimi pensieri per la testa: tra gli altri, l’ascesa dell’India moderna e tutto ciò che qualsiasi cambiamento nello scenario economico globale – sempre più a sfavore degli Stati Uniti e sempre più proiettato verso la Cina – può provocare nel suo Paese. Sono le cose che importano a Balram ora che ha raggiunto quello status sociale: prima, l’unica cosa che gli importava era raggiungere quello status medesimo.

Adesso ci è arrivato. Ed è adesso che Balram – ormai benestante, vestito in modo elegante, con una barba perfettamente regolata e molta più consapevolezza di sé – comprende il destino dell’intera India. Lo capisce perché vi scorge il suo stesso destino di uomo uscito dalla povertà ed entrato nel raggio delle possibilità. Ed è in questo momento che ha inizio il racconto del film: la storia di come Balram è arrivato fin qui e del perché, a un certo punto, il suo volto è finito sulle foto segnaletiche affisse in tutto il Paese. Ovviamente, è una storia complicata.

La tigre bianca è l’adattamento del romanzo omonimo di Aravind Adiga, vincitore nel 2008 del Booker Prize. La versione di Bahrani, che firma anche la sceneggiatura, è molto libera rispetto al materiale originale. Ma l’ampio sguardo di Adiga sulla società e la sua tendenza a usare metafore forti ed evocative per riassumere il sistema delle caste indiane sono tradotti sullo schermo con un impatto altrettanto potente. C’è l’immagine della tigre del titolo, simbolo non solo di forza, ma anche di unicità: è l’allegoria dell’eccezione, della singolarità. Il tipo di simbolo in cui un uomo con le origini di Balram – poverissimo, orfano, privo di educazione scolastica – deve credere per poter avere fiducia in sé stesso. L’India in cui cresce Balram è un posto in cui le caste sono definite in modo molto rigido e in cui i confini sono inviolabili: solo una tigre bianca può sovvertire quest’ordine prestabilito.

Se ciò accade di rado è anche per colpa, come ci spiega Balram, dell’altra metafora al centro del film: i galli chiusi dentro un pollaio, in fila per essere macellati, del tutto consapevoli della loro sorte, poiché vedono cosa succede a quelli che vengono prima di loro, ma privi dei mezzi necessari a scappare e salvarsi. È l’immagine che dimostra quanto è povera l’India; e la conseguenza psicologica di questa eterna miseria porta all’adattarsi allo stare in fila come i galli, invece che tentare di fuggire. Balram vorrebbe essere una tigre bianca. E il film ci racconta questa storia così come la narra lui stesso in una lettera indirizzata al premier cinese Wen Jiabao. È la storia dell’India a un passo dalla globalizzazione e dalla prosperità. La tesi di Balram è: chi ha più bisogno dell’Occidente? Ma non ci vuole molto per comprendere tutta l’ironia che c’è dietro questa domanda.

In quanto storia incentrata principalmente sulle classi sociali, La tigre bianca non è una novità per il suo autore, i cui esordi – Man Push Cart (2005) e Chop Shop (2007) – sono considerati dei classici indie a bassissimo budget, film sulla povertà che riuscivano a superare con la loro forza narrativa il budget ridotto e le cui scarse risorse sembravano rispecchiare perfettamente le condizioni di vita che mettevano in scena. Il nuovo film di Bahrani mostra subito il budget molto più ampio a disposizione: le riprese forsennate della corsa sul suv sono una piacevole sorpresa. Ma il soggetto del film, col suo ritratto picaresco di riscatto e sopravvivenza di una persona ai margini della società, porta comunque il regista in territori che gli sono familiari.

L’affresco che dipinge è popolato di idee e personaggi: l’azione ha inizio col piccolo Balram, che cresce in un villaggio di campagna nel distretto indiano di Gaya; e quindi si sposta a Delhi, dove il protagonista ottiene il lavoro di autista di Ashok, dal quale poi sarà tradito. Il tradimento dà il via ad altri conflitti: e porta, naturalmente, a un tragico sviluppo degli eventi. La presa di coscienza di Balram ci conduce dalle parti di Delitto e castigo, la confessione confusa e febbrile, da parte dell’antieroe in questione, di un crimine che ha a che fare non solo coi soldi, ma anche con parecchi tormenti interiori. Ed è da questo momento che ha inizio il declino del film. Non perché non sia interessante da guardare, ma perché perde per strada le sue idee più interessanti.

Adarsh Gourav e Rajkummar Rao. Foto: Singh Tejinder/Netflix

La formazione di Balram, il suo lungo iter per diventare uno che può cavarsela da solo, è il mezzo necessario per esplorare i temi politici e sociali che Bahrani, come Adiga prima di lui, hanno in mente. Ma perché il Balram del tempo presente è così viscido, ironico, stiloso (e ha pure la coda di cavallo)? Chiaramente c’è stata una trasformazione anche in termini di look, acutezza, spirito fatalista. Questo è l’uomo che c’interessa: la figura che si piazza davanti a noi e che, con la sua voce fuori campo dall’inizio alla fine, permette al film di prendere un sacco di direzioni diverse. L’incipit della Tigre bianca potrebbe dare origine a una satira o a un atto d’accusa, o a un’originale combinazione di entrambi.

Bahrani, invece, opta per una via che, rispetto all’energia dell’inizio, rende il film molto più convenzionale. La tigre bianca è un dramma teso e coinvolgente, la storia dell’ascesa dell’India – una nazione che ha fatto di Bangalore una sorta di Silicon Valley, come la descrive Balram – narrata da un uomo il cui destino è speculare a quello del Paese. È il resoconto trascinante di un preciso contesto culturale. Ma, tra i tanti meriti, il film sconta il limite di mettere in scena un contesto molto più ricco della vicenda che pone al centro. Finisce per ridurre tutto alle basi di partenza, in un’infinita e ripetutissima serie di simboli e sviluppi, lezioni spiegate e rispiegate, che toglie al film tutta la complessità che sembrava promettere. Lo sguardo di Bahrani sulla condizione attuale di Balram è così ridotto che il film pare non trovare una degna conclusione, tradendo la nostra curiosità per prima. È facile capire il perché: questa è una narrazione a cerchio, si chiude così com’era cominciata. Perciò diventa piuttosto prevedibile.

Ma è anche molto più intrigante della sua vicenda portante. Le tante idee messe in campo a proposito del sistema di caste indiano, della rapida crescita nazionale, delle limitatissime possibilità di muoversi da una casta all’altra finiscono per essere fin troppo semplificate. L’apparato di simboli e metafore preso in prestito dal romanzo è molto didascalico: non perché lo sarebbe in partenza, ma per come viene reso per immagini sullo schermo. Perciò il film fa l’effetto di un’occasione persa, soprattutto quando arrivi agli ultimi 15 minuti e ti accorgi che non sai nulla della storia del protagonista, di quello che è diventato e perché. Nei flashback ambientati a Delhi, era avvenuto quel crimine in grado di catapultare Balram da una classe all’altra; o meglio: Balram si era dimostrato sufficientemente scaltro da trasformare quell’episodio in ciò che avrebbe potuto cambiare positivamente il suo destino. Questo cambiamento improvviso sembra un po’ troppo premeditato: si sente che il film cerca in tutti i modi di venire a capo di quel che il suo protagonista è diventato. Si è trasformato nel mix perfetto dell’uomo che voleva diventare e, insieme, di colui che ha odiato per tutta la sua vita.

C’è un lato, in questo arco narrativo, che indubbiamente funziona, e che colpisce lo spettatore con la sua ironia nerissima. Burning di Lee Chang-dong (2019), un altro racconto di incontro e scontro tra classi sociali, ha un finale indimenticabile: fa esplodere una tragedia che in parte ci sconvolge e in parte ci incanta. Insomma, funziona laddove invece La tigre bianca indugia troppo nell’esposizione e nella spiegazione dei fatti, mettendo al centro un discorso sull’odio tra classi sociali che però non viene motivato davvero fino in fondo. La parabola alla base del film – il fatto che un singolo individuo (la tigre bianca) possa rappresentare l’eccezione alla regola – fallisce nel descrivere il mondo più vasto in cui è inserita.

La trasformazione di Adarsh Gourav. Foto: Singh Tejinder/Netflix

Il film di Bahrani resta un dramma che coinvolge dall’inizio alla fine. Ma la miccia che all’inizio ti butta dentro la storia non si accende mai per davvero, soprattutto nel ritratto del protagonista; nonostante l’ottima performance di Adarsh Gourav, che ti porta a voler conoscere di più di questo personaggio. Gli altri membri del cast sono ugualmente efficaci. L’Ashok di Rajkummar Rao riesce a passare dalla gentilezza alla crudeltà, da amico a padrone, con una facilità impressionante. È un uomo che sembra giusto, nonostante le frequentazioni, soprattutto per via dei suoi modi cosmopoliti; è gentile con Balram perché, avendo vissuto all’estero, ha abbandonato le maniere più tradizionali; non gli fa pesare i privilegi a cui lo stesso Balram ambisce. Rao riesce a riprodurre al meglio questa falsa gentilezza dei ricchi. C’è poi un vertiginoso calo della temperatura quando la Pinky di Priyanka Chopra lascia la scena: non c’è nulla che riesca a colmare l’assenza di questo personaggio, il “pesce fuor d’acqua” nel tessuto sociale che abbiamo di fronte. Da quando lei se ne va, il film comincia a diventare molto più ripetitivo.

Bahrani è un ottimo regista. Sa veicolare una storia che appassiona e fa riflettere. Chi aveva visto i suoi lavori precedenti già lo sapeva, e il romanzo da cui partiva stavolta faceva sperare in un salto di qualità. Il “plus” di budget della Tigre bianca gli fa smarrire un po’ dell’energia delle opere precedenti. Il nuovo film di Bahrani ci fa capire che non ha perso le sue ambizioni, anche se il risultato è inferiore a quelle stesse ambizioni. Ma fa piacere vedere un autore nato “piccolo” crescere, puntare a cose più grandi, cambiare: è ciò che merita. La tigre bianca non è un passo falso, anzi: siamo ancora più impazienti di sapere cosa verrà dopo.

Da Rolling Stone USA

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