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La recensione di ‘Kingdom Come: Deliverance’

Fabbri del proprio destino, ovvero: Un giovane manovale a caccia di vendetta, in un Sacro Romano Impero più violento che mai. In questo gioco di ruolo ogni scelta del giocatore comporta conseguenze e colpi di scena.

“Giochi e buoi dei paesi tuoi”, vuole l’adagio popolare, e noi non possiamo che concordare. Se ti metti a sviluppare un videogame storico, ti conviene attingere da ciò che hai intorno. Se poi ti chiami Dan Vávra e Martin Klíma, hai lavorato a giochi come Mafia 1 e 2 e la serie strategica UFO, e decidi di fondare un tuo studio nel cuore di Praga, sei di fronte a una scelta obbligata: il Sacro Romano Impero.

Siamo nel 1400, un periodo piuttosto incasinato, con un susseguirsi di regnanti e vuoti di potere che stimolano la proliferazione di fazioni avverse e gruppi di agguerriti ribelli. Non è raro, dunque, cadere vittima di faide, ed è ciò che capita al padre del giovane Henry, umile fabbro che viene trucidato insieme alla moglie e a buona parte degli abitanti del villaggio, lasciando il figlio a crescere solo e con una terribile sete di vendetta. A rinfocolare la rabbia del giovane, ce ne fosse bisogno, c’è Lord Radzig Kobyla, che prende Henry sotto la sua ala protettrice e lo introduce al mondo della milizia. Il problema di descrivere giochi di ruolo aperti, o “open world” che dir si voglia, dei quali questo Kingdom Come: Deliverance fa parte, è che la trama principale, in fondo, si ferma a poche righe. Il resto lo deve fare il giocatore, attraverso uno sviluppo principale arricchito da una miriade di sotto-missioni. Volendo, non serve seguire schemi prestabiliti e allora la meccanica diventa esplora-esegui-combatti ad libitum, finché se ne ha voglia, finché ci si annoia. Col gioco di Warhorse Studios, tuttavia, non si corre questo rischio. Il suo mondo è così esteso, ricco di dettagli e situazioni, che viene difficile passare delle ore facendo le stesse cose.

Perché Kingdom Come: Deliverance è un vero gioco di ruolo. Se avete sentito troppe volte questo proclama, o pensate che con titoli quali The Witcher 3 o Divinity: Original Sin 2 abbiate visto tutto sul genere, dovrete ricredervi. Per il semplice motivo che il titolo di Warhorse Studios decide di non guidarvi in alcun modo, ma al tempo stesso fornisce un nutrito numero di “trigger”, che, una volta attivati, capovolgono l’andamento dell’avventura. Esempio molto pratico: non mangiate e ignorate i morsi della fame? Vi indebolirete così tanto che basteranno pochi colpi per stendervi. Vi dimostrate troppo violenti e venite sbattuti nelle segrete di una prigione? Il tempo scorrerà e quando uscirete sarete più vecchi e vulnerabili (ma a quel punto non dovrete aspettare anni in una cella virtuale, tranquilli).

Perfino quando approcciate la fase più caratteristica di un gioco di questo tipo, il combattimento, siete messi di fronte a un’impressionante varietà di scelte. Durante un banale assedio a una roccaforte, per esempio, si può scegliere la tattica attendista, oppure puntare su palle di fuoco pronte a incenerire ogni elemento in legno oltre le mura. Oppure, ancora, ci si può dedicare a un’azione d’infiltrazione, per tentare di avvelenare le scorte di acqua e cibo. Nel corso del gioco viene chiesto spesso di trovare soluzioni creative a problemi apparentemente semplici da risolvere. Quando sarete chiamati a investigare su un omicidio all’interno di un’abbazia, dovrete rinunciare all’approccio violento, che non porterebbe a nulla, e travestirvi invece da monaco, per ottenere le informazioni necessarie con l’astuzia e le parole giuste. Ma nel diventare monaci vi sarà chiesto di rinunciare a ogni bene terreno, e quindi dire addio a oggetti e armi che avrete raccolto nel frattempo. Capite bene che questo stravolgerà anche il prosieguo del gioco, dal momento in cui abbandonerete le confortevoli mura consacrate.

Kingdom Come: Deliverance è un concentrato di tattica che risente delle influenze dei migliori esponenti del genere strategico. Avere tra le fila del team ceco ex sviluppatori della serie UFO ha aiutato a oliare per bene queste meccaniche. Tecnicamente il titolo si comporta a meraviglia, con una grafica molto dettagliata, che alle volte scatta un pochetto, forse a causa di un motore di gioco, il CryEngine di Crytek, che in effetti ha dato più di qualche grattacapo agli sviluppatori nel corso di questi anni. Dovete sapere, infatti, che Warhorse Studios è nata nel 2011 e si è messa subito a lavorare a una prima versione del gioco, per presentarne poi al mondo, nel 2014, un prototipo che è diventato protagonista di una fruttuosa campagna di crowdfunding da oltre un milione di euro. E così, a quasi sette anni di distanza da un’idea nata nel cuore di Praga, è arrivato il momento di togliersi le Dr. Martens, ripiegare la camicia grunge a quadrettoni, e indossare una pesante armatura per vivere una delle più intense avventure che possiate trovare su Pc e console. Ci vorrà dedizione, ci vorrà pazienza, ci vorrà coraggio. But we can be heroes, just for one day.

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