La piattaforma programmatica dei Bonny Light Horseman: Make Folk Cool Again | Rolling Stone Italia
Home Recensioni

La piattaforma programmatica dei Bonny Light Horseman: Make Folk Cool Again

Il trio di Anaïs Mitchell fa sembrare antiche canzoni scritte ieri, senza però sembrare passatista. Piccole storie, grandi paesaggi americani

Bonny Light Horseman

Foto: D. James Goodwin

Featuring altisonanti, squadroni agguerriti di autori e produttori, suoni ipercompressi e voci corrette con l’Auto-Tune sono ingredienti essenziali di tanta musica contemporanea. In un universo parallelo ma reale, i Bonny Light Horseman ripartono invece da un dulcimer, antico strumento a corde di origine medievale e provenienza scoto-irlandese che è stato il loro primo acquisto collettivo. Nel secondo disco appena uscito, Rolling Golden Holy, lo suonano (da apprendisti volenterosi) tutti e tre, fornendo una testimonianza significativa della loro filosofia musicale fondata sulla condivisione, sulla ricerca di un suono naturale, sull’abbandono delle rispettive comfort zone.

Eppure non sono una comunità Amish innestata nel tessuto del pop contemporaneo, non sono un curioso oggetto d’antiquariato. Sono tre star affermate dell’indie folk americano contemporaneo: una angelica e delicata cantautrice, Anaïs Mitchell, che è una solista di successo e che con una trasposizione in forma di musical del mito di Orfeo e Euridice (Hadestown) ha sbancato Broadway e fatto incetta di Tony Awards; un polistrumentista multiforme il cui nome, Josh Kaufman, compare nei crediti dei dischi dei National e dei War On Drugs, degli Hiss Golden Messenger e di Bob Weir dei Grateful Dead; un pioniere come Eric D. Johnson, che con i Fruit Bats è stato protagonista dell’impetuoso folk revival di inizio millennio accanto a Fleet Foxes e Midlake, Bon Iver e Iron & Wine, Midlake e Low Anthem, Grizzly Bear e Decemberists.

Nell’affascinante e inatteso album di debutto di due anni fa, i Bonny Light Horseman si erano cimentati con risultati eccellenti in una riproposizione per nulla didascalica di standard della tradizione popolare pescati sulle due sponde dell’Atlantico. Stavolta hanno osato di più, proponendo 11 canzoni inedite e frutto di un armonico sforzo collettivo che rendono labili e indefiniti i confini tra passato e presente: intenzionalmente, si capisce, se è vero che l’ultimo pezzo in scaletta, Cold Rain and Snow, ha lo stesso titolo di una celebre folk song del primo Novecento nata tra i Monti Appalachi e conosciuta dal pubblico rock grazie alla versione che ne fecero i Grateful Dead.

La musica roots e “cosmica” della band di Jerry Garcia è una delle fonti di ispirazione dichiarate di Rolling Golden Holy e del trio, che dopo avere assimilato la lezione di maestri del folk britannico come Martin Carthy e Shirley Collins ha studiato a fondo le armonizzazioni vocali gospel e pop degli Staple Singers e dei Fleetwood Mac (quelli “americani”, con Lindsey Buckingham e Stevie Nicks). Se provate a individuarne le tracce, nel nuovo disco, dovete però aguzzare la vista e l’udito: i Bonny Light Horseman sono particolarmente abili nel rimescolare le carte, in un piccolo gioco di prestigio che tende, a «rendere moderne canzoni antiche e antiche canzoni attuali» legando con un filo robusto il nuovo album a quello che lo ha preceduto pur nella diversità di intenti e di risultati.

Mitchell e Johnson si alternano come voci soliste e armonizzano soavi, Kaufman contrappunta e ricama con ogni genere di strumento a corda e qualche tastiera, tutti suonano (oltre al dulcimer) la chitarra, e gli unici apporti esterni sono quelli del batterista JT Bates e del bassista/sassofonista Mike Lewis, amici a loro volta componenti di quell’ampia comunità artistica che in questi anni è cresciuta intorno ad agitatori culturali come Justin Vernon (Bon Iver) e Aaron Dessner dei National, proprietario di uno studio ad Hudson, il Long Pond, in cui è stata registrata una parte dell’album per il resto completato a Woodstock e dintorni, come i Basement Tapes di Dylan con la Band (un altro disco che i tre hanno imparato a memoria).

La serena contemplazione della natura, dei boschi e dei fiumi dell’Upstate New York è un elemento chiaramente percepibile in queste canzoni che evocano il grande paesaggio americano (Comrade Sweetheart), si susseguono come l’avvicendarsi delle stagioni (Summer Dream, con una armonica younghiana; Gone by Fall), e proiettano film immaginari che si chiudono con un esodo sotto le prime luci dell’alba e un addio doloroso alla vita precedente (leggiadra e malinconica, California è una delle tante canzoni on the road di un album pieno di partenze, abbandoni, autostrade e rimpianti).

I Bonny Light Horseman le interpretano con una leggerezza di tocco rinfrescante e rilassante, anche se – nel pieno rispetto della tradizione a cui fanno riferimento – le loro canzoni non rifuggono dal lato oscuro della vita e ci parlano anche della fragilità dei sentimenti umani, dell’ineluttabilità della morte e della tragedia della guerra (Someone to Weep for Me, di imprecisata ambientazione storica). Mescolano, nei testi, termini arcaici (thee) e contemporanei (ya), con assoluta naturalezza e senza che il tutto sembri un vezzo intellettuale, perché Mitchell, Kaufman e Johnson suonano e cantano quel che sono e non interpretano la parte di qualcun altro.

Le voci sono candide e acute (quella di Anaïs ha come sempre un inconfondibile timbro quasi infantile), il sound ingloba un banjo country e un sax jazzato, gli strumenti acustici (irrobustiti talvolta da un pizzico di elettricità e da una vigorosa chitarra fuzz nel pezzo finale) sono ecosostenibili e trasmettono calore, la musica suona contemporanea ma si riconnette al passato perché molto di ciò che oggi c’è da dire nelle canzoni in fondo è già stato detto secoli fa: l’incanto dell’amore e della natura, la nostalgia di casa, il trauma della separazione, il mistero della vita, il dramma e la commedia dell’esistenza umana sono già tutti lì, in una lingua che si presta ad essere periodicamente rivisitata e rinnovata (noi europei, in questo, siamo sempre stati più schizzinosi: in America il neo folk non ha problemi a essere cool e ad attraversare trasversalmente le generazioni). Gruppi come i Bonny Light Horseman fanno bene, benissimo, a ricordarcelo.