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La nostalgia brutale dei Sick Tamburo con ‘Paura e l’amore’

Il quinto album della band di Gian Maria Accusani e Elisabetta Imelio suona come un viaggio nel passato, quando le chitarre distorte e la disperazione cantata nei testi fecero grande l'alternative italiano

Sick Tamburo, foto press

Allora. Allora. Allora. I Sick Tamburo appartengono a quella categoria protetta di band che sono nate su Myspace nel lontanissimo 2007 e quindi a prescindere vanno sostenute, soprattutto ora che sulla storica piattaforma sono andati persi 50 milioni di brani per colpa di un errore di migrazione del server. Per quelli ancora più nostalgici, i Sick Tamburo vanno sostenuti a prescindere, perché nascono da una costola dei Prozac+ visto che la storia ha dimostrato quanto fossero avanti di anni luce in Italia.


Sarà forse per tutta questa nostalgia dei bei tempi andati che il primo ascolto di Paura e l’amore, il quinto disco della band di Gian Maria Accusani e Elisabetta Imelio, è quasi disorientante e brutale. Dal primo all’ultimo minuto risponde in tutto e per tutto alle regole del rock alternativo proprio come se fosse letteralmente il 2007. Che siano gli arrangiamenti, le scelte stilistiche, la narrazione o le seconde voci: 2007.

Il punto è che la nostalgia, nella maggior parte dei casi è divertente quando è innocua, quando si tratta di uno scherzo, quando si finge di sentirsi vecchi a trent’anni, non quando è motivata. Perciò rendersi conto di quanto oggi sia totalmente fuori dagli schemi ciò che un decennio fa era di successo, fa quasi male, perché è facilissimo trovarne le debolezze o la futilità, ma poi fa sempre meno male a ogni giro di pista.


Paura e l’amore è un disco che va ascoltato più di una volta per capirne il senso, ovvero per capire che esistono ancora gli universitari che pogano ancora ai concerti e che un disco del genere è rivolto a loro ed è un bene che lo sia. I personaggi che animano le tracce sono le stesse figure che le animavano quindici anni fa: Baby blu a cui non piace lavarsi ma piace incasinarsi, Lisa ha sedici anni che ha passa la sua adolescenza chiusa in una stanza, Agnese non ci sta dentro ed è una punkabbestia che puzza di cane. E via discorrendo. Le chitarre sono quelle, la voce è quella, le rullate sono quelle, il disagio giovanile è quello, le paure sono quelle e la notti continuano a finire sempre troppo presto.

È così che si mantiene viva l’attitudine che fece la fortuna della musica alternativa italiana e che ha salvato un sacco di esistenze dalla solitudine più estrema o l’ha semplicemente arricchita di qualche sbornia. Tutto questo non potrà mai appartenere alla nostalgia finché esisteranno le ragazze e i ragazzi di sedici anni, magari non saranno tutti, ma quelli più belli da vedere sì.

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