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La musica di Ryuichi Sakamoto è sprecata per l’episodio più brutto di ‘Black Mirror’

Qualcuno qui non ha fatto il suo compito. E non stiamo parlando del compositore giapponese ma di "Smithereens", la puntata più conservatrice e meno visionaria di tutte e cinque le stagioni

Ryūchi Sakamoto ritratto per Rolling Stone da Fabrizio Cestari alla Mostra del Cinema di Venezia

Quando è uscita la notizia di una colonna sonora curata dal grande compositore giapponese per un episodio della più interessante serie tv – quantomeno in ambito distopico-tecnologico – degli ultimi anni, sembrava il preludio di qualcosa di epocale.

Alla lunghissima e prosperosa carriera di Ryuichi Sakamoto, pioniere della musica ambient giapponese – uno dei movimenti più interessanti e sottovalutati al tempo (erano gli anni Ottanta) e ora prepotentemente tornati in voga con una serie di ristampe e compilation – mancava solo Black Mirror al già prestigiosissimo portfolio, più di cento album pubblicati prima con la celebre Yellow Magic Orchestra e poi da solita, ricordiamo, limitandoci solo alle colonne sonore, L’ultimo imperatore di Bertolucci, nel quale recita pure, la trasposizione cinematografica de Il racconto dell’ancella diretta da Volker Schlöndorff, Tacchi a spillo di Pedro Almodovar, The revenant di Alejandro González Iñárritu. D’altro canto anche la lista di compositori che si sono cimentati a sonorizzare gli episodi di Black Mirror è prestigiosa: Max Richter, Vince Pope, Sigur Ros, Clint Mansell, Mark Isham, citando solo le colonne sonore originali.

Insomma, come già detto, c’erano tutti gli ingredienti per qualcosa di epocale. E invece? Beh, qualcuno non ha fatto il suo compito e non stiamo parlando di Sakamoto.

Attenzione, da qui in poi potrebbero arrivare degli spoiler, ma partiamo dal punto di vista di chi non ha visto l’episodio ma ha ascoltato solo i trentaquattro minuti di audio: feedback, oscuri tappetoni di sintetizzatori cosmici, materia oscura e buchi neri, rumori, cacofonie. Il meglio del repertorio del Sakamoto più spigoloso e disarmonico. Tutto il contrario di Smithereens, la puntata più conservatrice e meno visionaria di tutte e cinque le stagioni di Black Mirror, durante la quale, peraltro, viene lasciato pochissimo spazio alla musica. Infatti quasi tutta la puntata è occupata dalla trita morale su quanto i social network possano essere tossici e creare dipendenza, per giunta in mezzo una parabola sulla crisi esistenziale di un anarco-capitalista fricchettone che ha ideato una piattaforma da milioni di dollari alla quale si è iscritta mezza popolazione mondiale, e piagnucola di non riconoscersi nella piega disumana che ha preso la sua creatura.

Diciamo che si poteva riservare una puntata migliore da far accompagnare alla musica di un maestro come Sakamoto, anche se, a giudicare dalle opinioni più diffuse, le tre puntate dell’ultima stagione lasciano tutte parecchio a desiderare. Diciamo che anche le migliori rockstar hanno sbagliato qualche album – state pensando anche voi a Metal Machine Music di Lou Reed? – anche Charlie Brooker può permettersi di sbagliare qualche colpo, un concetto che invece non sembra appartenere a Ryuichi Sakamoto.

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