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La liberazione di Springsteen nel nome del rock’n’roll

Un disco, con un film in arrivo, che tutti dovrebbero ascoltare: la storia del Boss raccontata in prima persona, l’eroe dei perdenti che ha riscattato sé stesso con l’unico talento che aveva, quello della musica

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Quando ha parlato di come è nato Springsteen on Braodway lo spettacolo che ha portato sul palco del Walter Kerr Theater di New York per 236 sere dal 12 ottobre 2017 al 14 dicembre 2018, Bruce Springsteen ha detto: «Fin da quando ero solo un bambino e poi ancora da adolescente, mi sono sempre sentito come un contenitore vuoto. È stato solo quando ho iniziato a riempirlo di musica che ho iniziato a percepire il potere della mia personalità e l’impatto che poteva avere sul piccolo mondo in cui vivevo. Ho cominciato ad avere coscienza di me stesso».

Springsteen on Broadway, pubblicato in versione 4Lp e 2CD, mixato e masterizzato da Bob Clearmountain e Bob Ludwig intorno all’essenza della voce di Springsteen che canta e parla accompagnandosi con la chitarra e il pianoforte, è il racconto di un percorso interiore di liberazione e trasformazione nel nome del rock’n’roll che da individuale è diventato collettivo, la storia di un tipo qualunque salvato dalla chitarra, da un pugno di valori e sentimenti e da un fede incrollabile nel potere che ha la musica di cambiarti la vita.

La versione audio della sceneggiatura che Springsteen ha scritto per il teatro (riadattando il testo della sua strepitosa autobiografia Born to Run, bestseller nel 2016) e che ha ripetuto con determinazione operaia per oltre un anno, sera dopo sera, parola dopo parola, intervallando le storie della sua vita con quindici canzoni riarrangiate in versione acustica (da Growin’ Up a Tenth Avenue Freeze Out, passando da Born in the Usa e The Promised Land, ognuna è un capitolo: l’infanzia a Freehold, la nascita della E Street Band, l’America e il suo ideale tradito, la voglia di scappare dal nulla della provincia e trovare una strada nella musica) è un’esperienza straniante ma anche incredibilmente potente.

Springsteen On Broadway costringe all’ascolto e all’attenzione sul racconto; è come se Springsteen avesse voluto riprodurre nel formato di un album l’impatto di quei suoni che ha sentito uscire dalla radio da ragazzino all’inizio degli anni ’60, una musica che si portava dietro un messaggio e un atteggiamento e che ha attraversato gli invisibili muri che separavano il luogo in cui era cresciuto, il New Jersey delle famiglie di immigrati irlandesi e italiane, il “Jungleland” di cui parla in uno dei suoi pezzi più travolgenti, terra dimenticata in cui “Gli affamati e i perseguitati esplodono in band rock’n’roll” per mostrargli che esisteva un altrove.

«Il New Jersey era una tomba. Non c’era niente, non veniva mai nessuno» racconta Bruce nell’album prima di The Promised Land, «Non conoscevo neanche una persona che fosse stata almeno una volta a New York, e dista solo un’ora di macchina!».

Nello spettacolo, che dal 16 dicembre sarà su Netflix con il film realizzato da Thom Zinny, Springsteen ha usato al massimo tutta la sua abilità di narratore: fa piangere, sorridere, esaltare e riflettere nello spazio di poche battute, come nelle strofe delle sue canzoni. Invoca spesso la trascendenza, come in Long Time Coming in cui parla della riconciliazione con il padre Doug ai tempi della nascita di suo figlio e parla del ruolo dei genitori: «Per i nostri figli siamo fantasmi o antenati? Li perseguitiamo con gli spettri dei nostri errori o gli camminiamo a fianco, liberandoli dalle catene dei nostri sbagli e li assistiamo mentre cercano la loro strada, e un po’ di trascendenza?».

Celebra l’amore negli unici due momenti in cui non è da solo sul palco, i duetti con la moglie Patti Scialfa in Tougher Than The Rest e Brillant Disguise: «Per imparare ad amare e ad avere fiducia ci vuole coraggio e una compagna forte. E così puoi camminare a fianco della persona che hai scelto, mentre dietro a te l’orologio ticchetta e scandisce il tempo che passa. È quello che dà significato a quel ticchettio, è la tua vita. Quello a cui ti puoi aggrappare quando arriverà la tempesta».

Costruisce la sua epica personale con ironia elencando le decine di posti in cui aveva già suonato prima di compiere 23 anni, dai matrimoni alle riunioni delle confraternite universitarie, dai Casinò ai bar di camionisti e raccontando la sua disordinata, disperata e appassionata rincorsa verso la gloria: «Chi sarebbe arrivato sul Jersey Shore a scoprire il prossimo fenomeno del rock nel 1971? La mia fidanzata conosceva uno che lavorava in una casa discografica a New York, e lo ha invitato a vederci suonare ad Asbury Park» racconta Bruce, «Abbiamo suonato come se la nostra vita dipendesse da quello per cinque concerti consecutivi, dalle 9 di sera alle 3 del mattino. Alla fine questo tizio viene nel backstage, mi stringe la mano e dice: “Siete la migliore band senza contratto che abbia mai visto”. Poi è andato a letto con la mia fidanzata e se ne è andato. Fine della storia»

Springsteen è l’eroe dei perdenti che ha riscattato sé stesso e tutti quelli come lui con l’unico talento che aveva, quello della musica e della determinazione a sacrificare tutto in suo nome: «Non avevo soldi, non avevo un futuro e non avevo una famiglia, ma ero felice» dice prima di Thunder Road, «Non esiste niente nella tua vita come quel momento in cui sei giovane e la tua vita è una pagina bianca messa davanti ai tuoi occhi. Mi mancano le promesse, le possibilità, il mistero di quella pagina bianca». Oltre ad essere la testimonianza di un evento unico, una “residency” che è già entrata nella storia del rock, Springsteen on Broadway è anche un’opera di valore letterario, riconosciuto anche dai severi critici del mondo dei musical e del teatro («Di solito i ritratti degli artisti dopo un po’ vengono dimenticati, invece non c’è mai stato niente di così autentico e di così bello a Broadway» ha scritto per esempio il New York Times).

Un album da collezione e un film che dovrebbero vedere tutti (anche e soprattutto chi non sa nulla di Springsteen) che contengono una sola storia, quella di un ragazzo che voleva andarsene dal New Jersey per fare il cantante rock ed è diventato uno dei più grandi performer e autori nella storia della musica americana, ma in realtà racconta una vicenda intrisa di valori umani che ci riguarda tutti. In una parola, Bruce Springsteen è la verità.

Lo spettacolo al Walter Kerr Theater si chiude con le tre canzoni che ha scelto per rappresentare la sua storia: Dancing in the Dark dedicata alla madre Adele Zirilli e al suo amore per la musica, Land of Hope and Dreams, in omaggio all’idea dell’America (di cui prima di The Ghost of Tom Joad ha detto: «Il vero volto dell’America è la democrazia, e il valore sacro che ha») e il suo inno definitivo Born to Run. «La storia ha un significato, l’anima del passato rimane nelle canzoni che cantiamo» dice Springsteen «Per questo cantiamo. Lo facciamo per noi, il nostro sangue, per le persone che amiamo. Perché in fondo è l’unica cosa che abbiamo» Poi batte con la mano sulla chitarra acustica per mimare il battito del cuore e saluta: «Grazie per essere stati qui stasera»

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