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La Fat White Family ha messo la testa a posto

I brutti ceffi di Peckham ne hanno dovuta fare di strada per arrivare a "Serfs up!" un risultato in grado di spazzare via ogni pregiudizio o pessima reputazione che si sono accuratamente guadagnati negli anni
4 / 5

Solo a nominare la Fat White Family si entra in uno scenario a dir poco controverso e pieno di idiosincrasie. Partiamo dalle certezze: sono una delle band più interessanti della controcultura d’oltremanica. Passando ai dubbi, invece, sin dalla loro comparsa ci si chiede se siano dei pazzi fuori di melone o degli abili agitatori di masse. La loro epopea è farcita di provocazioni a sfondo politico, storie di droga e concerti finiti nel caos e nella devastazione. Insomma, anche se il loro secondo disco si intitola Songs for our mothers, i fratelli Lias e Nathan Saudi e Saul Adamczewski non piacerebbero alle vostre mamme, garantito come la morte.

Non a caso il titolo ufficioso del nuovo album della band è “The Difficult 3rd Album”, visto che i brutti ceffi di Peckham (Sud-Est di Londra) ne hanno dovuta fare di strada per arrivare a un risultato in grado di spazzare via ogni pregiudizio o pessima reputazione che si erano accuratamente guadagnati di dichiarazione in dichiarazione.

Il titolo ufficiale del terzo disco della Fat White Family è Serfs up! ed è a tutti gli effetti un grande album: un salto di qualità nella ricerca di un’identità del sound e una maturazione dal punto di vista dei contenuti. Sia chiaro, non è che si siano trasformati improvvisamente in una band di chierichetti, né che le loro canzoni trasmettano valori di solidarietà e fratellanza, è la loro stessa biografia a ricordarlo: “always a drug band with a rock problem”, che però dopo anni estremi, si è data una bella calmata. La base nichilista e l’attitudine sfasciona sono quelle di sempre, ma la crescita da un punto di vista musicale è notevole, lo dimostra anche il passaggio alla Domino Records.

Serfs up! è il disco di una band che non si limita più a stare nei confini del post-punk, ma allarga gli orizzonti verso lidi vicini: glam-rock e lo-fi in pezzi come Fringe Runner o I believe in something better; surf-rock un metà fiabesco e metà lisergico – che tra l’altro fa pensare subito a certi apici del progetto parallelo di Adamczewski, gli Insecure men usciti l’anno scorso con un discone omonimo – in brani come When I leave o Vagina dentata. Poi però ci sono pure i lidi un po’ più lontani e meno scontati, tipo dance di matrice 80’s e vagamente synth-pop, che tira in ballo i Pet Shop Boys tanto quanto Alan Vega, ricorda i Pulp acidi di Separations e arriva fino a lontani echi di library o easy listening (in Oh Sebastian ci sono pure gli archi…), roba che qualcuno potrebbe pensare che stia dicendo un sacco di cazzate ma per fortuna c’è un pezzo come Feet – singolo bomba che apre il disco e alza da subito il livello – a dimostrare che è tutto vero, che la Fat White Family si è riunita con lo spirito delle grandi occasioni e sembra proprio che questa volta nessuno rovinerà la festa.

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