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La doppia magia di Wonderstruck

Todd Haynes racconta la sua versione del racconto 'La stanza delle meraviglie' con un film tenero e ricco di dettagli, la sua versione di 'Hugo Cabret'

Todd Haynes gira film che sembrano dirette emanazioni del suo DNA. È una condanna: storie originali (Safe, Velvet Goldmine, I’m Not There), adattamenti (Carol, Midlred Pierce), tutte le sue opere sono come una trasfusione, il suo sangue che entra nel nostro. Wonderstruck, nonostante sia meraviglioso, sembra meno personale, meno trasgressivo. Haynes ha detto di voler girare un film per ragazzi, e per farlo ha adattato un racconto scritto e illustrato da Brian Selznick, a sua volta ispirato da Hugo di Martin Scorsese. Il film racconta due storie lontane nel tempo ma unite tematicamente, entrambe con protagonisti due ragazzi sordi. Uno vive nel 1927, l’altro nel 1977.

Wonderstruck cita direttamente Oscar Wilde: “Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle”, ed è guardando le stelle che le storie di questi bambini, un ragazzo e una ragazza di 12 anni, svelano i loro segreti. Rose (interpretata dall’incredibilmente espressiva Millicent Simmonds) è cresciuta nel New Jersey pre-depressione, e non può muoversi a causa della follia del padre (James Urbaniak). La sua unica via di fuga è imbucarsi al cinema, dove può vedere la sua attrice preferita Lillian Mayhew (Julianne Moore), con tutte quelle reazioni mute che in qualche modo fanno da eco a quelle della bambina.

Qui Haynes e il direttore della fotografia Ed Lachman fanno dei miracoli visivi. Le sequenze ambientate negli anni ’20 sono girate in un sognante bianco e nero – quelle nei seventies con colori vistosi e sgargianti -, e raccontano della fuga verso Manhattan, dove Rose spera di incontrare la sua star, impegnata a Broadway e disorientata dall’avvento del cinema “con la voce”. Rose, poi, è convinta che l’attrice sia sua madre.

Ben (Oakes Fegley), invece, vive una vita tranquilla a Gunflint Lake, in Michigan, con sua madre Elaine (Michelle Williams). È ossessionata da Space Oddity, e lascia il suo bambino solo troppo presto. Ben, poi, trova una lettera d’amore con un numero di telefono e un’indirizzo di New York: “Elaine, ti aspetterò. Ti amo, Danny”. Nello stesso istante la sua casa è colpita da un fulmine, e il ragazzo si ritrova cieco, ma determinato verso Manhattan per trovare l’uomo che potrebbe essere suo padre.

Haynes alterna il suo sguardo tra i due ragazzi: entrano nella stessa città, a mezzo secolo di distanza, e si ritrovano di fronte a un mondo più grande delle loro fantasie più potenti. Le sofferenze di due bambini lontani nel tempo ma metaforicamente connessi sono commoventi, così come l’elegante colonna sonora di Carter Burwell. Quello che il regista non riesce ad evitare, nemmeno con la sua tecnica geniale, è un finale meccanico e forzato. Probabilmente è stato troppo leale con Selznick e non ha seguito il suo istinto. Wonderstruck è un film ricco di dettagli straordinari, ma più piccolo della somma delle sue parti. Però brilla di una luce così tenera.

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